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Dall’interazione con
l’ambiente il bambino riceve il nutrimento, le impronte e le informazioni,
e, attraverso i processi di autoformazione che operano sotto la guida
dell’Io, egli plasma, modella, organizza le proprie capacità difensive e di
adattamento e struttura la propria vita psicofisica futura.
Non è indifferente
se il nutrimento che il bambino riceve dall’ambiente sia salubre, puro,
ricco e di alto valore nutritivo, oppure inquinato, degradato e povero. I
risultati saranno comunque sostanzialmente diversi, i bambini saranno
diversi, l’umanità sarà diversa.
Infatti, una madre
altamente ansiosa che deve fronteggiare molti stress durante la gravidanza
può avere un figlio aggressivo, irritabile e ansioso; mentre una madre
rilassata che aspetta il suo bambino con amore e felicità crea un legame
positivo tra il bambino e la famiglia, e questo concorre alla formazione di
una personalità stabile, sicura e capace di affrontare la vita. Questi o
altri tratti del bambino sono spesso ritenuti di natura genetica, anche a
causa della scarsa considerazione verso i vari tipi di ormoni presenti e con
i quali è stato nutrito durante la
gestazione…………………………………………………………………………………. …..la madre sottoposta ad una
vita stressante produce una serie di ormoni dello stress come le
catecolamine e il cortisolo che raggiungono il bambino attraverso la
placenta e in questo modo possono procurargli vari problemi funzionali, come
la tachicardia, l’agitazione psicomotoria, e perfino problemi strutturali
che possono incidere sulla sua crescita e sviluppo. Lo stesso discorso vale
per gli stati depressivi materni che, nelle manifestazioni più gravi,
possono portare a gravi forme di apatia e condizionare il soggetto per tutta
la vita.Il nutrimento
materno non avviene solo con gli alimenti di natura organica, ma anche con i
comportamenti, le abitudini di vita, con le emozioni, i sentimenti e gli
affetti, con i pensieri, le idee e le immagini, con gli ideali e i valori
che la madre vive. Il nascituro fa proprio quanto messo a sua disposizione e
utilizza ciò di cui ha bisogno con grande abilità e competenza per la
costruzione del suo corpo e della sua mente………………………………………………………………………………
…… il bambino
nell’utero della madre non è soltanto un partner biologico o psicologico, ma
anche sociale. Il bambino è in costante dialogo, e questo dialogo nell’utero
è una delle pietre miliari delle prime relazioni “Io-Tu! Nella vita umana
che influenza i rapporti successivi alla vita prenatale………
La comunicazione
coinvolge entrambi i soggetti, sia la madre che il figlio, nella loro
globalità nel loro essere persone, al di là della diversa condizione che
vivono in quel momento. In questo dialogo la proposta della madre è seguita
da una controproposta del figlio e viceversa, secondo un processo dinamico e
trasformante orientato in senso creativo e non esente da margini di
discrezionalità e di libertà.”
Gino Soldera – LE EMOZIONI
NELLA VITA PRENATALE – Macro edizioni
LE NOVE DOMANDE ESISTENZIALI “E’ durante questi 12 mesi che il nostro piccolo dovrà trovare le risposte alle
nove domande esistenziali che, secondo gli autori di The Creative Curriculum for
Infants and Toddlers (Curriculum creativo per neonati e bambini ai primi
passi)segneranno profondamente il suo sviluppo intellettivo ed emotivo.
-
Le persone che mi circondano rispondono alle mie richieste?
-
Posso
dipendere da loro quando ne ho bisogno?
-
Quanto sono importante per loro?
-
Sono capace, competente?
-
Come posso comportarmi
-
Le persone che mi circondano sono contente di stare con me?
-
Di che cosa dovrei avere veramente paura?
-
Posso permettermi di esprimere sinceramente i miei sentimenti?
-
Che cosa mi interessa?
Forse può apparire eccessivo definire esistenziali le richieste dei
nostri piccoli.
Eppure è proprio dalla risposta a queste domande che un bambino forma la sua
personalissima concezione del mondo che lo accompagnerà per tutta la vita,
influenzando i suoi comportamenti e le sue decisioni.”
Nessia Laniado – COME
RENDERE FELICE UN BAMBINO NEL PRIMO ANNO DI VITA – Edizioni red
LE CINQUE
FASI-CHIAVE DELL’ALLENAMENTO EMOTIVO
FASE N.
1: ESSERE CONSAPEVOLI DELLE EMOZIONI DEL BAMBINO
I
nostri studi dimostrano che, per poter sentire quel che i figli sentono, i
genitori devono essere consapevoli in primo luogo delle loro stesse
emozioni. Ma cosa significa diventare “consapevole delle emozioni”?... …La consapevolezza emotiva significa soltanto che riconoscete il fatto di
“provare” un’emozione, che sapete identificare i vostri sentimenti…
FASE 2:
RICONOSCERE NELL’EMOZIONE UN OPPORTUNUTÀ DI INTIMITÀ E DI INSEGNAMENTO
… Per
molti genitori, riconoscere nelle emozioni negative dei figli un’occasione
per stabilire un legame, per insegnare qualcosa, è un vero sollievo, una
liberazione, una gioia. … un bambino ha bisogno dei genitori specialmente
quando è triste o arrabbiato o spaventato.
FASE 3:
ASCOLTARE CON EMPATIA E CONVALIDARE I SENTIMENTI DEL BAMBINO
… In
questo contesto, ascoltare significa molto più che una semplice raccolta dei
dati che ci giungono attraverso le orecchie. Gli ascoltatori empatici
utilizzano gli occhi per cogliere le prove fisiche dell’emozione del
bambini. Usano l’immaginazione per vedere la situazione nella prospettiva
del bambino. Usano parole per riflettere , in modo rilassato e non critico
su quel che hanno ascoltato e per aiutare i bambini a dare un nome alle loro
emozioni. Ma, cosa più importante di tutte, usano i loro cuori per sentire
qual che i loro figli sentono.
FASE 4:
AIUTARE IL BAMBINO A TRROVARE LE PAROLE PER DEFINIRE LE EMOZIONI CHE PROVA
… Studi
specifici indicano che l’atto di dare un nome alle emozioni ha di per sé un
effetto rasserenante sul sistema nervoso, e aiuta i ragazzi a ricuperare più
in fretta dalle situazioni di turbamento.
FASE 5:
PORRE DEI LIMITI, MENTRE SI AIUTA IL BAMBINO A RISOLVERE IL PROBLEMA
Una
volta che avrete passato del tempo ad ascoltare vostro figlio e ad aiutarlo
a dare un nome e comprendere le sue emozioni, probabilmente, vi troverete
naturalmente portati a intraprendere un processo di “soluzione del
problema”. Questo processo può avere anch’esso cinque fasi: 1) porre i
limiti; 2) identificare gli obiettivi; 3) pensare alle possibili soluzioni;
4) valutare le soluzioni proposte alla luce dei valori familiari; 5) aiutare
il bambino a scegliere la soluzione. … Potete guidare vostro figlio attraverso queste fasi, ma non sorprendetevi
se, con l’esperienza, sarà proprio lui a prendere l’iniziativa e a
cominciare a risolvere problemi complessi per conto suo.”
J.
Gottman – J.Declaire - INTELLIGENZA EMOTIVA PER UN FIGLIO Una guida per i
genitori - BUR –Pagina 83/121
L’ANALFABETISMO
EMOTIVO
Da Goleman nel suo celebre
INTELLIGENZA EMOTIVA abbiamo imparato che per analfabetismo emotivo si
intende * la mancanza di consapevolezza e quindi di controllo e di
gestione delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse connessi * la
mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali ci si sente in un
certo modo * l’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui – non
riconosciute e non rispettate – e con i comportamenti che da esse
scaturiscono.
E ancora dalle sue ricerche
sappiamo che esso è diffuso nei bambini, nei ragazzi e nei giovani che
studiano, a prescindere dal loro quoziente di intelligenza, e nei giovani
che lavorano e negli adulti, anche a prescindere dalla professione
esercitata e dal livello culturale raggiunto.
Se adesso diamo uno sguardo
alla nostra società, e in particolare al settore della Scuola o a quello
della Sanità, possiamo renderci conto che l’Alfabetizzazione Emotiva non è
ancora un obiettivo primario né rispetto all’educazione alla relazione e
alla comunicazione, né rispetto alla salute psico-fisica, e che nessuna
campagna di Alfabetizzazione Emotiva è stata ancora promossa né in un
settore, né nell’altro, diversamente da ciò che è stato fatto in passato,
invece, per vincere l’analfabetismo tout court.
Ma se non sono ancora maturi
i tempi per una campagna sociale di massa che possa alfabetizzare
emotivamente, sono ormai maturi i tempi :
-
perché
questo processo si avvii, da subito e in maniera diffusa, nella realtà
delle nostre Scuole di ogni ordine e grado;
-
perché
Educatori, Maestri, Insegnanti e Genitori comincino ad acquisire le
competenze necessarie per insegnare ai bambini, fin dalla più tenera età,
e agli adolescenti a “leggere” e a “scrivere” le proprie
emozioni, e a sviluppare quella abilità che predispone alla pace che è l’empatia,
gettando così le basi per una umanità più sana.
Le Proposte Educative che
fanno parte del Progetto FOR MOTHER EARTH® per la Scuola e la
Formazione sono il risultato di diciotto anni di Ricerca sia teorica che
esperienziale che ho portato avanti con Bambini dal Nido in su, con Ragazzi
e con Giovani, con i loro Insegnanti ed Educatori, con Genitori, con
Operatori sociali.
Tali Proposte non hanno
assolutamente la pretesa di risolvere tutti i problemi che i Bambini, i
Ragazzi e i Giovani vivono all’interno della Scuola o della famiglia, o di
renderli improvvisamente e magicamente saggi e rispettosi di se stessi,
degli altri e del Pianeta. Credo fortemente, però, che tali proposte
siano un contributo e uno strumento efficace per prevenire i disagi e
i problemi che nascono:
- dall’ignoranza emotiva,
- dalla sfiducia in se stessi,
- dalla mancanza di
autostima,
- dalla rigidità mentale,
- dal mancato sviluppo della
Capacità Creativa che costituisce “una marcia in più nel trovare strade
alternative ed efficaci per risolvere i problemi”.
- Carmela Lo Presti – Barbara
Quadernucci – L’ALLENAMENTO EMOTIVO PER I NOSTRI BAMBINI, AL NIDO, A SCUOLA, A
CASA DALL'ETÀ DI 2 ANNI in CD-rom – Vol.1 – Edizioni Era Nuova - 2005
-
SCIENZA,
CONOSCENZA, SPIRITUALITA'...
INTELLIGENZA SOCIALE: LA FACILITÀ SORPRENDENTE CON CUI I CERVELLI INTERAGISCONO, DIFFONDENDO LE
EMOZIONI COME FOSSERO VIRUS
“La neuroscienza ha scoperto che la struttura stessa del
nostro cervello lo rende socievole, inevitabilmente soggetto a un profondo
legame cervello-cervello ogniqualvolta entriamo in contato con un'altra persona.
Questo ponte neurale ci porta a influenzare sia il cervello, sia il corpo di
ogni persona con cui interagiamo e viceversa….. Durante i collegamenti neurali, il cervello è impegnato in un tango emotivo, una
danza dei sentimenti…… ……. L’elemento più stupefacente è che la scienza ha scoperto un legame fra i
rapporti conflittuali e l’azione dei geni specifici che regolano il sistema
immunitario. Ne consegue che le relazioni plasmano non solo l’esperienza, ma anche le
funzioni biologiche. Il rapporto cervello-cervello permette ai legami più forti
di modellarci sia su questioni superficiali come ridere per le stesse
barzellette, sia su elementi più profondi come l’attivazione (o blocco) dei geni
delle cellule T, la prima linea del sistema immunitario nella continua lotta
contro le invasioni di virus e batteri. Ma questo rapporto è una lama a doppio taglio: le relazioni appaganti hanno un
effetto benefico sulla salute, mentre quelle nocive possono agire come un veleno
nel nostro corpo……….. ………. Il <<cervello sociale>> è la somma dei meccanismi neurali che presiedono
sia alle nostre interazioni, sia ai nostri pensieri e sentimenti verso le
persone e i rapporti in generale. La novità di maggiore rilievo consiste forse
nel fatto che il “cervello sociale” rappresenta l’unico sistema biologico del
nostro corpo che entra in sintonia con lo stato d’animo delle persone insieme a
cui ci troviamo, e a sua volta ne influenzato. Tutti gli altri sistemi
biologici, dalle ghiandole linfatiche alla milza, compiono gran parte della
propria attività in risposta a segnali che provengono dal corpo stesso. I
percorsi seguiti dal cervello sociale si distinguono, invece, per la loro
ricettività al mondo in generale: Ogni volta che stabiliamo un contatto
viso-viso (oppure voce-voce, o pelle-pelle) con un’altra persona, i nostri
cervelli sociali s’intrecciano. Le interazioni sociali svolgono addirittura un ruolo nella ristrutturazione del
nostro cervello: si tratta della cosiddetta <<neuroplasticità>>, in base alla
quale esperienze ripetute scolpiscono la forma, le dimensioni e il numero dei
neuroni e delle rispettive connessioni sinaptiche. Adattando ripetutamente il
cervello a un dato registro, le nostre relazioni chiave possono a poco a poco
modellare alcuni circuiti neurali. È ormai assodato che essere continuamente
feriti, oppressi, ma anche nutriti dal punto di vista emotivo, da qualcuno con
cui trascorriamo molte ore al giorno, può modificare nel corso degli anni la
struttura del nostro cervello. Queste nuove scoperte rivelano che le relazioni interpersonali hanno un impatto
impercettibile, ma fortissimo, nel corso di tutta la nostra esistenza. Chi tende
a vivere rapporti negativi potrebbe non apprezzare questa notizia: ma le stesse
scoperte evidenziano le potenzialità rigenerative dei legami personali in ogni
momento della vita. Ne consegue che il modo in cui entriamo in contatto con glia altri assume una
rilevanza inimmaginabile…….. ………. Nel lontano 1920……. Lo psicologo Edward Thorndike coniò la definizione di
<<intelligenza sociale><. Uno dei modi in cui la definì fu <<la capacità di
capire e gestire uomini e donne>>, doti di cui abbiamo bisogno tutti per vivere
bene nel mondo……… Dal mio punto di vista, la capacità di manipolare gli altri on
dovrebbe essere considerata una forma di intelligenza sociale, poiché si tratta
di qualcosa che una persona compie a proprio vantaggio a scapito di un suo
simile. Potremmo invece usare il termine <<intelligenza sociale>> per indicare
la qualità propria di un individuo intelligente non solo riguardo alle
relazioni, ma anche all’interno di esse. Questo concetto amplia l’ambito
dell’intelligenza sociale da una prospettiva individuale a una bipersonale,
dalle doti intrinseche dell’individuo a ciò che emerge quando una persona è
coinvolta in un rapporto….. Questo ampliamento ci permette…….. inoltre di
superare l’egoistico interesse individuale per cogliere meglio le esigenze degli
altri. Una prospettiva più ampia ci porta a considerare incluse nel raggio di azione
dell’intelligenza sociale doti che arricchiscono i rapporti personali, come
l’empatia e la considerazione per gli altri. Mi occuperò dunque, in questo
libro, di un secondo e più profondo principio esposto da Thorndike a proposito
del comportamento sociale: <<agire con saggezza nei rapporti umani>>. La ricettività sociale del cervello esige che acquisiamo consapevolezza, che ci
rendiamo conto di come non solo l’umore, ma anche il corpo, sia guidato e
influenzato dagli altri e, viceversa, che valutiamo l’impatto del nostro
comportamento sulle emozioni e sulla fisiologia altrui…… L’influenza biologica che si trasmette da persona a persona, prefigura una nuova
dimensione di esistenza vissuta bene: si tratta di comportarci in maniera tale
da avere un effetto benefico anche a livello impercettibile su chi entra in
contatto con noi.”
Tratto da: Daniel Goleman – INTELLIGENZA SOCIALE –
Rizzoli
Scoperta "
l'intelligenza spirituale ": quanta ne avete?
di Giampiero Cara
Da tempo, ormai, si sente parlare, oltre che di
Intelligenza razionale (il celebre "quoziente intellettivo" o "IQ") anche di
"Intelligenza Emozionale". Adesso si è cominciato a parlare anche,
finalmente, di Intelligenza Spirituale. Ma di cosa si tratta esattamente?
Mentre l'intelligenza razionale corrisponde alle qualità logiche,
strategiche, matematiche e linguistiche di una persona, e quella emozionale
al grado di autostima e alla capacità di rapportarsi agli altri e di
affrontare le situazioni sociali, l'Intelligenza Spirituale (IS), secondo la
definizione degli esperti dell'International Institute for Transformation
che la sta studiando negli Stati Uniti, si riferisce alla facoltà di
inserire la propria vita individuale in un contesto più ampio, nonché di
darle un significato e uno scopo.
La IS ci permette di utilizzare l'intelligenza razionale e quella emozionale
in un modo unificato per migliorare la nostra vita e quella di tutti gli
esseri viventi. Sono (o erano) dotati di grande IS leader politici e
spirituali del calibro di Ghandi, Madre Teresa, Martin Luther King e Nelson
Mandela, tanto per fare degli esempi.
Secondo i ricercatori americani, in questo decennio e oltre la IS sarà un
fattore determinante anche per il successo di una persona. Perché? Sia
l'intelligenza razionale sia quella emozionale hanno bisogno, per operare di
informazioni già esistenti, mentre la IS, basata sulla conoscenza delle
leggi spirituali su cui si fonda l'universo, riflette la capacità di pensare
al di là dei confini di ciò che è già noto, nonché di scorgere in una
situazione una verità più elevata. Pertanto, è solo quando tutti questi tre
tipi di intelligenza agiscono all'unisono, guidati dalla IS, che siamo in
grado di manifestare pienamente il nostro potenziale nel mondo.
Allo scopo di aiutare le persone a sviluppare la loro IS, l'International
Institute for Transformation offre dei programmi specifici, presentati anche
presso il sito http://www.iitransform.com Tali programmi sono naturalmente a
pagamento, ma è possibile intanto misurare con un test gratuito la propria
intelligenza spirituale, cliccando sul link nella colonna di destra.
http://www.auraweb.it/articolo_benessere.asp?cid=17&aid=383
The New
Science of Happiness,
di Claudia Wallis - Traduzione di Rinaldo Lampis
© 2005 Time Magazine Inc. February 7 2005
Fin dall’inizio, la psicologia si è concentrata
verso ciò che debilita la mente: ansia, depressione, neurosi e ossessioni.
L’obiettivo dei suoi praticanti è sempre stato quello di condurre i pazienti
da uno stato mentale negativo ad uno normale, neutro; oppure, come spiega lo
psicologo Martin Seligman dell’Università della Pennsylvania: “Da meno
cinque a zero”. Ora la psicologia ha iniziato a studiare ciò che rende la
mente felice, notando che un’attitudine mentale positiva può avere un
impatto benefico su molte malattie o addirittura scongiurarle.
“Ho scoperto che la mia professione funzionava solo a metà”, spiega Seligman,
passato presidente dell’Associazione Americana di Psicologia (APA). “Non è
sufficiente eliminare condizioni debilitanti ed arrivare a zero. Abbiamo
bisogno di chiederci “Quali sono le condizioni che permettono la fioritura
mentale di un essere umano? Come andiamo da zero a più cinque?”
Ogni nuovo presidente, com’era Seligman nel 1988, doveva scegliere un tema
di ricerca da esplorare durante l’anno di presidenza. Seligman pensò in
grande. Voleva persuadere un sostanzioso numero di colleghi ad esplorare la
regione a nord dello zero, per scoprire cosa fa sentire le persone
soddisfatte della propria vita e significativamente felici.
La salute mentale, ragionò, dovrebbe essere più che una mancanza di malattie
mentali. La mente e lo spirito integro di una persona dovrebbero essere
simili ad un corpo fisico vibrante e muscolare.
Da quegli anni, un certo numero di ricercatori è quindi uscito dall’ombroso
reame della malattia mentale, nella terra soleggiata della mente positiva e
sicura di se. Gli studi del dottor Seligman si sono concentrati
sull’ottimismo, una caratteristica associata ad una buona salute fisica, a
minori depressioni e malattie mentali in genere, ad una vita più lunga ed
ovviamente, ad una maggiore felicità nella vita.
Che cosa ci rende felici?
Che cosa ha scoperto quindi la scienza riguardo
alla felicità? Più di quanto ci si possa immaginare – inclusi aspetti
sorprendenti su ciò che non ci soddisfa.
Prendi per esempio il denaro e tutte quelle deliziose cose che i soldi
possono comprare. Numerose ricerche mostrano che, soddisfatti i bisogni
basilari, ulteriori guadagni fanno poco per aumentare il nostro senso di
soddisfazione nella vita.
Una buon’educazione? Spiacenti, mamma e papà. Né l’educazione né un alto
quoziente d’intelligenza prepara la strada alla felicità.
Giovinezza? Neanche. In realtà, le persone anziane sono consistentemente più
soddisfatte della loro vita di quanto lo siano i giovani. Per di più sono
meno preda della depressione: uno studio recente del CDC (Center for Desease
Control) di Atlanta ha rilevato che i giovani tra i 20 e i 24 anni sono
tristi per una media di 3,4 giorni al mese, mentre gli anziani tra i 65 e i
74 anni lo sono solo in media 2,3 giorni.
Il matrimonio? La figura si complica: gli sposati sono più felici dei
single, ma ciò potrebbe essere spiegato dal fatto che le persone erano già
più felici.
Guardare la TV? Per niente. Persone che guardano la televisione più di tre
ore al giorno – specialmente le soap opera – sono meno felici di quelle che
passano meno tempo di fronte allo schermo.
Sul lato positivo, avere qualche forma di fede religiosa sembra sollevare
genuinamente lo spirito. Avere amicizie? Un sì deciso. Una ricerca su
studenti con forti legami verso amici e parenti ha mostrato anche il minor
livello di depressione e i livelli più alti di felicità.
Ruut Veenhoven, professore di studi sulla felicità all’università Erasmus di
Rotterdam, Olanda, è il webmaster di www2.eur.nl/fsw/research/happiness, il
maggiore compendio internet delle ricerche sulla felicità condotte nel
mondo.
Dopo aver lavorato per 25 anni in questo campo, Veenhoven è giunto alla
conclusione che un modo di definire la felicità sia “quanto ti piaccia la
vita che stai vivendo. La gente può vivere in paradiso ed essere infelice
perché fa un gran caos della propria vita”.
Comportamenti che aumentano la felicità
Ci sono numerose maniere per aumentare il
livello di felicità personale. All’Università della California, la psicologa
Sonja Lyubomirsky usa il “giornale della gratitudine”, un diario in cui i
soggetti elencano aspetti della propria esistenza verso i quali sono grati.
La studiosa ha scoperto che, facendo una lista simile una volta alla
settimana, aumenta in modo significativo in un periodo di sei settimane il
livello di soddisfazione generale; mentre un gruppo di controllo che non ha
usato il diario non ha mostrato nessun cambiamento.
Gli esercizi di gratitudine possono più che migliorare il proprio umore.
Robert Emmons, un altro psicologo della stessa Università ha scoperto che il
metodo migliora la salute fisica, aumenta il livello d’energia e, nei
pazienti affetti da malattie neuromuscolari, abbassa il dolore e la fatica.
Un altro metodo per aumentare il livello di felicità è praticare atti
d’altruismo o di gentilezza. Visitare una casa per anziani, aiutare un
bambino nei compiti di casa, tagliare l’erba ad un vicino, scrivere una
lettera ad un parente. Fare cinque atti di gentilezza alla settimana,
specialmente se fatti tutti lo stesso giorno, aumentò in modo considerevole
il livello di felicità ai soggetti studiati dalla Lyubormirsky.
Il modo migliore per aumentare la propria gioia, ha dichiarato lo psicologo
Seligman, è fare una “visita di gratitudine”. Ciò significa scrivere una
lettera di ringraziamento ad un insegnante o un parente o un sacerdote –
ognuno verso il quale hai un debito di gratitudine – e quindi visitare
quella persona e leggerle la tua lettera. “L’aspetto straordinario – dice
Seligman – è che le persone che fanno questo anche una sola volta sono
significativamente più felici e meno depressi anche un mese dopo”. Il valore
di connettersi con altre persone sembra essere la scoperta più fondamentale
della scienza della felicità.
La biologia della Gioia
Richard Davidson, professore di psicologia e
psichiatria all’Università del Wisconsin, ha scoperto cinque anni fa che la
meditazione profonda causa una marcata attività elettrica in certe parti del
cervello. Il significato della scoperta, riportata in una ricerca pubblicata
nell’autunno del 2004 nei Proceedings of the National Academy of Science,
sta nel fatto che ora la felicità non può più essere descritta come una vaga
sensazione, ma è uno stato fisico del cervello, una condizione che può
essere indotta deliberatamente.
Questo non è tutto. Come i ricercatori iniziano a comprendere le
caratteristiche fisiche di un cervello felice, cominciano anche a
comprendere che esso hanno una potente influenza sul resto del corpo. Ad
esempio, persone classificate nei test psicologici come appartenenti a
livelli elevati di felicità, producono circa 50% di antibodi in più della
media in responso ad un vaccino antinfluenzale. “l’aumento – dice Davidson –
è sostanziale”. Altri ricercatori hanno scoperto che la felicità o stati
mentali simili, come speranza, ottimismo e contentezza, sembrano ridurre il
rischio o limitare la severità di malattie cardiovascolari e polmonari, il
diabete, l’ipertensione, i raffreddori e le infezioni delle vie
respiratorie. Secondo uno studio olandese su persone anziane durato nove
anni, stati mentali positivi hanno diminuito il rischio di morte negli
individui del 50%.
Ha senso che ci sia un collegamento tra l’attitudine mentale e lo stato di
salute. I medici sanno da tempo che la depressione clinica – l’estremo
opposto della felicità – può peggiorare le malattie di cuore, il diabete ed
una lunga lista di altre malattie. Ma la neurochimica della depressione è
conosciuta molto meglio di quella della felicità, perché la prima è stata
studiata più intensamente e più a lungo della seconda. Fino a circa un
decennio fa, dice il dottor Keltner, psicologo all’Università della
California, “il 90% degli studi sulle emozioni erano focalizzati
sull’aspetto negativo. Così ora abbiamo tutte quelle domande interessanti
sugli stati positivi della mente”.
Un numero crescente di ricercatori che esplora la fisiologia e la neurologia
della felicità comincia a rispondere a quelle domande. Forse la più
fondamentale è cosa sia la felicità in un senso clinico.
La parola felicità, osserva Davidson “è un’area che include una
costellazione di stati positivi emotivi. E’ uno stato di benessere dove
gl’individui tipicamente non sono motivati a cambiare il loro stato. Sono
motivati a preservarlo. E’ associato ad un’attiva accettazione del mondo, ma
le sue precise caratteristiche e confini devono ancora essere definiti dalla
ricerca scientifica”.
Ma le persone possono dire al ricercatore quando si sentono felici, e due
tecnologie che producono la mappatura del cervello – fMRI, che monitora i
flussi di sangue nel cervello e l’elettroencefalogramma, che misura
l’attività elettrica dei circuiti neuronali – indicano con insistenza che la
sede della felicità è nella corteccia prefrontale sinistra.
Felicità e salute
Come i genitori sanno istintivamente, certi
bambini sembrano essere nati felici. Ma i neuroscienziati hanno anche
imparato che il cervello è altamente malleabile. Sembra riformattarsi a
seconda dell’esperienza vissuta, specialmente fino alla pubertà. Si potrebbe
ingenuamente ipotizzare che le esperienze negative possano distruggere una
personalità felice. Effettivamente, se sono estreme e frequenti, ciò è
possibile. Ma Davidson ha notato che una piccola o moderata quantità di
esperienze negative è invece positiva (in studi sugli animali, ha paragonato
gruppi che avevano subito stress di entità moderata in giovane età ad altri
che ne erano stati immuni e ha osservato che i primi si riprendevano meglio
dalle situazioni difficili, una volta adulti). Secondo Davidson, il motivo è
che con gli eventi dolorosi ci alleniamo a respingere le emozioni
sgradevoli: è come un esercizio per rafforzare i “muscoli della felicità” o
un vaccino contro la malinconia.
Capire la neurofisiologia dello stare bene è una cosa; un'altra è
comprendere in che modo le emozioni positive influiscono sul resto del
corpo. Come per gli studi sul cervello, la parola felicità è troppo vasta
per un approccio rigoroso e così i ricercatori tendono a concentrare la loro
attenzione su aspetti specifici.
Laura Kubzansky, psicologa di Harvard, ha scelto di studiare l'ottimismo. In
un vasto studio ha seguito 1.300 uomini per 10 anni e ha osservato che le
percentuali di cardiopatie insorte in quelli che si autodefinivano ottimisti
erano dimezzate rispetto a quelle di coloro che non si definivano felici.
«L'effetto si è rivelato molto più evidente di quanto ci aspettassimo»
sostiene la studiosa, radicale come la differenza tra fumatori e non
fumatori. «Abbiamo osservato anche la funzione polmonare, poiché una
funzione polmonare scarsa è un buon indicatore di tutta una serie di esiti
infausti, tra cui morte prematura, malattia cardiovascolare e malattia
polmonare cronica ostruttiva». Anche lì gli ottimisti stavano decisamente
meglio. «Io sono un'ottimista» afferma Kubzansky «ma non mi aspettavo simili
risultati».
In una serie di esperimenti iniziati nel 1998, lo psicologo Robert Emmons
dell'Università della California di Davis ha trovato altre prove del fatto
che le persone felici si mantengono meglio in salute. Emmons ha suddiviso in
modo del tutto casuale mille adulti in tre gruppi; al primo è stato chiesto
di tenere un diario quotidiano dei propri stati d'animo; i soggetti del
secondo gruppo tenevano un diario nel quale annotavano le cose che li
avevano irritati o infastiditi di più durante il giorno. Il terzo gruppo
scriveva un diario dove vi annotava ogni giorno le cose per cui le persone
si sentivano grate. Nonostante la suddivisione casuale dei gruppi, l'ultimo
non soltanto ha registrato un netto miglioramento rispetto agli altri gruppi
in termini di benessere generico, ma faceva più esercizi fisici e si
prendeva più cura della propria salute.
In generale, il gruppo della “gratitudine” si comportava in modo da
garantirsi uno stato di salute migliore. “In breve, tenere il diario ha
contribuito al benessere fisico ed emotivo di quelle persone. La gente che
si sente piena di gratitudine tende a percepire il proprio corpo in un certo
modo”, dice Emmons. “Sente la vita come un dono; la salute come un dono. E
così vuole fare qualcosa per conservarlo”.
© 2005 Time Magazine Inc. February 7 2005
my-City.it - Articoli » Scienze » Nella pancia
il secondo cervello dell'uomo articolo del 24/05/2004
Nella pancia il secondo cervello dell’uomo
MILANO - A immaginarlo, nelle viscere, viene da
pensare a sembianze mostruose. Stile Alien E invece ciò che la scienza ha
battezzato come «secondo cervello» vive sì nel ventre di ciascuno di noi
(come Alien, appunto) ma è una sorta di chiave che regola stress, ansia e
tensione. Il nostro secondo cervello, quindi, vive nella pancia e svolge
«importanti funzioni che si riflettono sull'intero organismo».
Ne è convinto Michael D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare
della Columbia University, che ha presentato a Milano la «teoria dei due
cervelli». «Il nostro secondo cervello vive nella pancia» (Internet) BASI
SCIENTIFICHE - «La teoria dei due cervelli poggia su solide basi
scientifiche -spiega l'esperto americano Basti pensare che l'intestino, pur
avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo,
aiuta a fissare i
ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia
e dolore. Insomma, 1’intestino è la sede di un secondo cervello vero e
proprio. E non a caso le cellule dell'intestino - aggiunge Gershon -
producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere» LA
RISCOSSA - «A lungo l'intestino è stato considerato una struttura
periferica, deputata a svolgere funzioni marginali. Ma la scoperta di
attività che implicano un coordinamento a livello emozionale e immunologico
ha rivoluzionato questo pensiero - spiega Umberto Solimene dell’Università
di Milano, direttore del centro collaboratore Oms per la medicina
tradizionale - Nella pancia troviamo infatti tessuto neuronale autonomo».
EMOZIONI - L'intestino rilascia serotonina in seguito a stimoli esterni,
come immissione di cibo, ma anche suoni o colori. E a input interni:
emozioni e abitudini. «Insomma questo neurotrasmettitore è come un direttore
d'orchestra, che manovra le leve del movimento intestinale», dice il
ricercatore americano, autore di un best seller su «The Second Brain», il
secondo cervello. Studi su cavie geneticamente modificate, ma anche in
vitro, «hanno dimostrato l'esistenza di un asse pancia-testa». Per Gershon è
la prima a dominare, almeno in certi campi. «La quantità di messaggi che il
cervello addominale invia a quello centrale è pari al 90% dello scambio
totale», sostiene il ricercatore. Per la maggior parte si tratta di messaggi
inconsci, che percepiamo solo quando diventano segnali di allarme e
scatenano reazioni di malessere.
ESEMPI - Per chiarire il ruolo del cervello intestinale Gershon spiega:
«Quanti hanno sperimentato la sensazione delle "farfalle nello stomaco"
durante una
conversazione stressante o un esame?». E' solo un esempio delle emozioni
«della pancia» come nausea paura ma anche dolore e angoscia. Insomma, nella
pancia c'è un cervello che «assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche
informazione ed emozioni che arrivano dall'esterno».
Fonte: Corriere della Sera
Articolo Stampato dalle News di my-Cily.it (
www.my-city.it ) il 22/04/2005
SORRIDERE CI FA BENE?
“Vi siete mai chiesti quando impariamo a
sorridere? Osservando i neonati si è visto che la maggior parte di loro
imparano a sorridere già a due mesi dalla nascita. C’è chi afferma
addirittura, come l’ostetrico britannico Stuart Campbell, che i bambini
sorridano addirittura nell’utero materno. La cosa più curiosa è che sembra
sia stato osservato che solo i primi sorrisi del bambino sono realmente
sinceri e autentici, rimanendo tali fino al compimento del quarto anno di
età, dopodichè il sorriso può assumere anche altri significati come, ad
esempio, la falsità che nasce dall’arte del mentire per gioco. Purtroppo è
nell’età adulta che si tende a sorridere sempre di meno. Anche in questo
caso il sorriso assume significati diversi, infatti, si tende più che altro
a ridere sguaiatamente, sghignazzare, rumoreggiare. Ovviamente, queste
tipologie di sorriso non sono funzionali allo star bene e non ci aiutano ad
ottenere i benefici psicofisici.
Ma perchè sempre più spesso si sente dire che il sorriso ci aiuta a vivere
meglio? Anche se la maggior parte di noi può essere d’accordo con tale
affermazione, quello che risulta difficile è farlo! Troppi pensieri, troppe
decisioni da prendere oppure poco tempo, poca voglia, pochi motivazioni.
Forse qualche dato sulla salute potrebbe aiutarci a trovare qualche
“stimolo” in più.
ESISTE UNA RELAZIONE TRA EMOZIONI E SALUTE?
Secondo la psicocardiolgia, scienza che studia
le connessioni profonde tra le emozioni e sistema cardiovascolare: si,
esiste una forte relazione tra le emozioni che proviamo e il nostro
benessere psicofisico! Emozioni negative e stressanti possono, infatti,
favorire l’insorgere di malattie patologiche.
Partendo da queste considerazioni gli studiosi hanno, quindi, cercato di
rispondere anche ad un secondo quesito, ovvero: buonumore e ottimismo,
possono rappresentare una buona linea di prevenzione e di cura? Karen
Matthews, psicologa dell’università di Pittsburgh, condusse uno studio su
209 donne sane in condizione di post-menopausa e scoprì che le più ottimiste
tra loro avevano un ispessimento delle arterie carotidee molto basso,
intorno all’1%, mentre le donne pessimiste avevano un ispessimento carotideo
del 6,5%: l’ottimismo aveva prodotto un effetto benefico sull’organismo e
rallentato la progressione dell’aterosclerosi.
Le ricerche condotte sulla risata si sono dimostrate ugualmente
interessanti, dimostrando alla fine che anche ridere può essere un buon
metodo preventivo contro gli attacchi d’infarto. Il dottor Michael Miller,
della facoltà di medicina dell’università del Maryland, osservò, in uno dei
suoi studi, che la visione di un film divertente, per 15 minuti, produceva
un effetto benefico sul sistema cardiovascolare, pari a quello di un
esercizio aerobico. La risata, seguita alla visione del film comico, aveva
prodotto, su 19 dei 20 partecipanti, una dilatazione dei vasi sanguigni del
22% più rapida del solito. Ecco perché la medicina ci consiglia di dedicare
più tempo al sorriso. Pensate: basterebbero almeno 15 minuti al giorno di
sana risata a far sì che il nostro organismo stia meglio ed ottenga effetti
benefici, come:
• un aumento dell’ossigenazione del sangue
• ricambio della riserva d’aria nei polmoni
• stimolazione e produzione di serotonina ed endorfine
• stimolazione e produzione di anticorpi
• miglioramento del tono muscolare addominale
• i movimenti del diaframma aumentano l’irrorazione sanguigna degli organi
interni
UN ESPERIMENTO CHE FA “SORRIDERE”!
Per sconfiggere la paura dovuta allo scoppio
delle bombe del 7 luglio 2005, venne organizzata a Londra, sette settimane
dopo gli attentati, una mostra in cui si potevano ammirare trentacinquemila
foto di persone sorridenti. L’iniziativa ebbe un grande successo scatenando
gli applausi e l’approvazioni di molti londinesi. Nelle recensioni della
mostra venne messo in luce che il sorriso è il primo segno d’intelligenza
dell’homo sapiens e uno dei fattori che lo distinguono dagli animali (tranne
le scimmie, le quali hanno la capacità di sorridere). A confermare gli studi
già descritti si aggiunse anche quello del dott. David Lewis che stabilì
come le emozioni prodotte in noi quando qualcuno ci sorride e quando noi
ricambiamo il sorriso, comportino cambiamenti chimici nel cervello. Sembra,
quindi, ormai certo: sorridere crea conseguenze cerebrali che ci permettono
di migliorare il ricordo di determinati eventi, ci rendono più ottimisti,
motivati, resistenti al dolore e soprattutto ci consentono di mostrarci più
positivi verso la vita. Insomma: sorridere fa bene alla salute!
Il consiglio è, quindi, allenare il proprio ottimismo e buonumore, ma con
Intelligenza Emotiva: sorridere in modo autentico e sincero! Essere
ottimisti non vuol dire pensare che andrà sempre tutto bene, ma sapere di
avere un’alternativa, scorgere possibilità dove non sembra ce ne siano:
sorridere anche quando si pensa di avere poche ragioni per farlo!
A noi non resta che augurarvi di iniziare il prima possibile!”
Fonti:
Anne Underwood, La Repubblica, lunedì 10 ottobre 2005
Ekena Dusi, Enrico Franceschini e Marco Lodoli La domenica di Repubblica, 28
agosto 2005
L’analfabetismo emotivo
Da Goleman nel suo celebre INTELLIGENZA EMOTIVA
abbiamo imparato che per analfabetismo emotivo si intende * la mancanza di
consapevolezza e quindi di controllo e di gestione delle proprie emozioni e
dei comportamenti ad esse connessi * la mancanza di consapevolezza delle
ragioni per le quali ci si sente in un certo modo * l’incapacità a
relazionarsi con le emozioni altrui – non riconosciute e non rispettate – e
con i comportamenti che da esse scaturiscono.
E ancora dalle sue ricerche sappiamo che esso è diffuso nei bambini, nei
ragazzi e nei giovani che studiano, a prescindere dal loro quoziente di
intelligenza, e nei giovani che lavorano e negli adulti, anche a prescindere
dalla professione esercitata e dal livello culturale raggiunto.
Se adesso diamo uno sguardo alla nostra società, e in particolare al settore
della Scuola o a quello della Sanità, possiamo renderci conto che
l’Alfabetizzazione Emotiva non è ancora un obiettivo primario né rispetto
all’educazione alla relazione e alla comunicazione, né rispetto alla salute
psico-fisica, e che nessuna campagna di Alfabetizzazione Emotiva è stata
ancora promossa né in un settore, né nell’altro, diversamente da ciò che è
stato fatto in passato, invece, per vincere l’analfabetismo tout court.
Ma se non sono ancora maturi i tempi per una campagna sociale di massa che
possa alfabetizzare emotivamente, sono ormai maturi i tempi :
perché questo processo si avvii, da subito e in maniera diffusa, nella
realtà delle nostre Scuole di ogni ordine e grado;
perché Educatori, Maestri, Insegnanti e Genitori comincino ad acquisire le
competenze necessarie per insegnare ai bambini, fin dalla più tenera età, e
agli adolescenti a “leggere” e a “scrivere” le proprie emozioni, e a
sviluppare quella abilità che predispone alla pace che è l’EMPATIA, gettando
così le basi per una umanità più sana.
Le Proposte Educative che fanno parte del Progetto FOR MOTHER EARTH® per la
Scuola e la Formazione sono il risultato di diciotto anni di Ricerca sia
teorica che esperienziale che ho portato avanti con Bambini dal Nido in su,
con Ragazzi e con Giovani, con i loro Insegnanti ed Educatori, con Genitori,
con Operatori sociali.
Tali Proposte non hanno assolutamente la pretesa di risolvere tutti i
problemi che i Bambini, i Ragazzi e i Giovani vivono all’interno della
Scuola o della famiglia, o di renderli improvvisamente e magicamente saggi e
rispettosi di se stessi, degli altri e del Pianeta. Credo fortemente, però,
che tali proposte siano un contributo e uno strumento efficace per prevenire
i disagi e i problemi che nascono:
dall’ignoranza emotiva,
dalla sfiducia in se stessi,
dalla mancanza di autostima,
dalla rigidità mentale,
dal mancato sviluppo della Capacità Creativa che costituisce “una marcia in
più nel trovare strade alternative ed efficaci per risolvere i problemi”.
Carmela Lo Presti
Intelligenza Emotiva e abilità sociali nella
scuola pubblica
Karol De Falco - Facilitator of the Social
Development Program
in the New Haven Public Schools in Connecticut - U.S.A.
"Credo che siano pochi a non condividere la
consapevolezza che la scuola abbia come obiettivo quello di promuovere
unicamente abilità scolastiche e trasmettere conoscenze, per far procedere
gli allievi da un livello a quello superiore.
Tuttavia è difficile portare a termine tale obiettivo se, ad esempio, lo
studente è assente, è stato espulso dalla scuola, se sta attraversando un
lutto, o se pensa che la vita sia qualcosa che gli capiti suo malgrado e
sulla quale non ha alcun controllo. Talvolta ci sono studenti che, pur
essendo presenti fisicamente, non lo sono con la mente. Sebbene questi
ragazzi siano nelle nostre classi le loro menti sono "prese" da pensieri che
sono di tipo socio/emozionale. Lo si può comprendere dal fatto che non
prestano attenzione, perdono facilmente la concentrazione, partecipano poco,
dimenticano di fare i compiti, spesso reagiscono aggressivamente.
Per questi ragazzi vengono prese spesso delle decisioni sui programmi, sui
testi, sull'affiancamento di insegnanti di sostegno ma non ci si chiede
realmente quali siano i loro bisogni. I programmi ministeriali, quindi, non
sempre riescono a dare risposta alle necessità dei ragazzi che sono presenti
solo con il corpo e non con la mente….. c'è bisogno di sviluppare competenze
che non sono quelle tipiche di un curriculum scolastico: il controllo degli
impulsi, la gestione dello stress, l'empatia, il sapere come reagire ad una
accusa, e il problem-solving.
Per ottenere che questi ragazzi raggiungano via via i loro livelli di
sviluppo cognitivo superiore occorre incontrarli dove sono e dare loro
quelle abilità e quelle risorse per affrontare e superare gli eventi
stressanti, così che possano essere più abili nel superamento delle
richieste scolastiche. Senza queste competenze socio-emozionali gli eventi
stressanti prendono il sopravvento e impediscono ai nostri allievi di
mettere a frutto le proprie potenzialità per il raggiungimento degli
obiettivi scolastici.
In America esistono dei programmi scolastici sull'intelligenza emotiva che
insegnano "il miglior modo di sentirsi, il modo corretto di agire". Io non
sono un ispettore del provveditorato e non so giudicare la veridicità di
questa affermazione. Io tuttavia applico programmi scolastici che
comprendono l'acquisizione di competenze sociali come parte integrante di un
programma sequenziale di comprensione della realtà.
Molte sono le materie che trattiamo:
-
Controllo degli impulsi
-
Gestione della rabbia
-
Empatia
-
Riconoscimento di similarità e differenze tra
le persone
-
Buone maniere
-
Monitoraggio di sé stessi
-
Comunicazione
-
Valutazione del rischio
-
Autostima
-
Problem solving
-
Presa di decisioni
-
Pianificazione degli obiettivi
-
Resistenza alla pressione dei pari
In questi problemi si prevede spesso l'esercizio
di risoluzione di problemi che avvengono nei bar, nei corridoi, in palestra
o nel cortile della scuola ……. tuttavia io preferisco un programma che
assuma l'ottica della prevenzione:
cioè l'offerta a tutti gli studenti - non solo ai "ragazzi problematici" -
di ridurre la probabilità di comportamenti antisociali o a rischio, in modo
tale che tutti i ragazzi, qualora si trovino nella loro vita ad affrontare
eventi stressanti, possano come affrontarli.
Dopo tutto, quale ragazzo non si è trovato di fronte alla necessità di
resistere agli impulsi?
Quale ragazzo non si è mai trovato di fronte alla necessità di valutare il
rischio?
O a dover fare i conti con la gestione della rabbia?
Insomma programmi di intelligenza emotiva sono importanti proprio per tutti.
Se si considerasse l'intelligenza emotiva come una qualsiasi altra materia
la si penserebbe come lo sviluppo sequenziale di abilità da proporre ogni
giorno, ad ogni bambino, in ogni grado di scuola e tutti gli anni
scolastici. E come tutte le altre materie scolastiche l'insegnante dovrebbe
presentare la materia, illustrare le abilità da acquisire facendo un esempio
alla lavagna, dare agli studenti la possibilità di fare pratica, richiedere
che gli studenti applichino tali abilità in un qualche progetto concreto, e
prevedere una "ricompensa", per quegli studenti che applicano correttamente
quello che hanno appreso.
Negli Stati Uniti "presentare-illustrare-pratica-applicazione-ricompensa"
sono i requisiti che ogni materia curricolare deve possedere per essere
insegnata nelle scuole.
Nel New Haven , dove insegno, è previsto un corso che prevede tutti questi
passaggi ed è pensato per ogni giorno, rivolto ad ogni bambino in ogni grado
e scuola in ogni anno: è il programma di sviluppo sociale- insegnamento
K-12:
Dalla scuola materna alla terza classe si sviluppano capacità di
"consapevolezza di sé", di
"relazione interpersonale" e di "presa delle decisioni".
Al quarto e quinto anno ci si focalizza sull'"allenamento all'empatia", sul
"controllo degli impulsi" e sulla "gestione della rabbia".
Nelle scuole medie, io insegno proprio in questo grado di scuola, gli
studenti sviluppano abilità di "problemsolving" utilizzando strategie di
"gestione dello stress" e di "identificazione del problema", abilità nello
"stabilire obiettivi raggiungibili" e nel "generare soluzioni diverse",
promozione del "pensiero sequenziale (anticipazione delle conseguenze di
un'azione)" e della "pianificazione". Loro apprendono anche la capacità di
resistere alla "pressione dei pari".
Nelle scuole superiori, infine, gli allievi apprendono a prendere decisioni
in modo consapevole, attraverso la capacità di "assumere il punto di vista
degli altri" e la capacità di riconoscere "rischi ed opportunità".
….. Costruire competenze emotive è…..l'obiettivo che occorrerebbe perseguire
in ogni contesto scolastico."
Il testo è tratto da
http://www.sciform.unito.it/ Barbara Sini - Facoltà di Psicologia
- Laboratorio di Psicologia delle emozioni - Le informazioni su Karol De
Falco sono tratte da www.edutopia.org - THE GEORGE LUCAS EDUCATIONAL
FOUNDATION .
SPECCHIO DEI MIEI NEURONI….
Si chiamano proprio “neuroni specchio”: si
attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando la vediamo compiere.
Grazie ad essi riusciamo a metterci nei panni degli altri. Come si conviene
a un avvenimento che ha provocato una svolta, “la storia di come abbiamo
scoperto i neuroni specchio è diventata quasi un racconto mitico” scherza
Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato e professore di fisiologia a Parma, il
cui nome risuona nei congressi internazionali, ma che è rimasto
sorprendentemente nascosto al grande pubblico in Italia. All’inizio degli
anni ’90 Rizzolati, il cui laboratorio attira oggi studenti da tutto il
mondo, svolgeva ricerche assieme a giovani scienziati su come funzionano
nelle scimmie i neuroni che controllano i movimenti delle mani. I macachi
imparavano a fissare una lucina su uno schermo, aprivano una scatola di cibo
che poi afferravano e mangiavano. Intanto veniva registrata l’attività dei
singoli neuroni della corteccia motoria accesi durante i movimenti.
Un giorno, per caso, uno dei collaboratori di Rizzolati che stava mangiando
un gelato, o forse un altro che prendeva un pezzetto di banana destinato
alla scimmia (il ricordo preciso si è perso a forza di raccontarlo), si
accorse che gli elettrodi si attivavano anche se la scimmia era immobile.
Dopo l’incredulità iniziale venne la conferma che era davvero così: quei
neuroni motori di cui stavano registrando l’attività scaricavano, come si
dice in gergo, non solo quando era la scimmia a compiere il gesto di
portarsi il cibo alla bocca, ma anche quando l’animale guardava altri
eseguire la stessa azione. Queste cellule cerebrali che sembravano
riflettere i gesti altrui presero il nome di neuroni specchio.
Da allora, molti altri esperimenti hanno mostrato che sistemi analoghi di
neuroni esistono nell’uomo, nella corteccia motoria e in altre parti del
cervello; e che sono probabilmente alla base della nostra capacità di
intuire pensieri e comportamenti altrui, di imparare, imitare azioni e
condividere emozioni. La scoperta di Rizzolati sta profondamente modificando
l’idea del funzionamento del cervello e della mente, come pure provocando
ricadute in numerose altre discipline: psicologia, antropologia, filosofia,
teorie sull’origine del linguaggio e sull’autismo.
In un libro scritto a quattro mani con Corrado Sinigaglia, docente di
filosofia della scienza dell’Università di Milano, Rizzolati racconta la
storia dei neuroni specchio e la rivoluzione che le sue scoperte hanno
portato in altre discipline.
Che cosa c’è di tanto sorprendente nel fatto che alcuni neuroni rispecchiano
le azioni degli altri, ha chiesto Panorama a Rizzolati e Sinigaglia,
incontrati appena prima dell’uscita di So quel che fai – Il cervello che
agisce e i neuroni specchio (Cortina). “Siamo abituati a pensare al cervello
come a una specie di calcolatore che elabora gli stimoli provenienti dai
sensi e li traduce in comandi per i muscoli. I neuroni specchio, invece, ci
dicono che il nostro cervello è un cervello che rivive le azioni degli altri
e così, automaticamente, è in grado di capire i gesti e di afferrarne le
intenzioni” risponde Rizzolati. “Mettersi nei panni degli altri, insomma,
dal punto di vista dell’attività cerebrale non è solo un modo di dire”. “
Non sapremmo mai che cosa gli altri stanno davvero facendo se non
rivivessimo, in senso motorio, le loro azi0oni nel nostro cervello”,
aggiunge Senigaglia.
E pare che sia letteralmente così. Nel cervello di un ballerino classico,
come hanno poi mostrato esperimenti condotti dai ricercatori sull’onda della
scoperta di Rizzolati, la vista di un altro danzatore che si muove sulle
punte attiva i neuroni specchio in modo molto più marcato che in una persona
che non sa ballare, o in chi è esperto di balli moderni ma non di danza
classica. Ed è comune a tutti l’esperienza di puntare il piede guardando un
atleta che sta per saltare, come se fossimo noi stessi a spiccare il salto..
Ma non è solo questione di movimenti e azioni. “Anche le capacità più alte e
nobili, come ragionare e formare concetti rimarrebbero misteriose e
incomprensibili se i neuroni specchio non ci permettessero di afferrare
immediatamente, senza alcun ragionamento, quello che gli altri fanno e
intendono, replicandolo nel nostro cervello” afferma Sinigaglia. Una
concezione che i neuroscienziati stessi faticano ancora ad accettare, anche
se Vilayanur Ramachandra, uno tra i più famosi neuropsicologi, ha dichiarato
che i “neuroni specchio rappresenteranno un giorno per la psicologia ciò che
il dna ha rappresentato per la biologia”.
Se riconosciamo le azioni altrui rivivendole nel nostro cervello, lo stesso,
come hanno mostrato vari esperimenti, si può dire per le emozioni, che fanno
attivare i neutroni specchio dell’insula, una parte molta antica e
misteriosa del cervello. Una reazione emotiva di dolore o di disgusto
risuona dentro di noi come se la stessimo provando in prima persona. E
questo è stato probabilmente uno strumento prezioso nel corso della nostra
evoluzione. “E’ come disporre di un sistema di monitoraggio dell’ambiente
multiplo: la percezione del disgusto di un altro ci mette sull’avviso.
Difficilmente assaggeremo il cibo che l’ha provocato” dice Sinigaglia.
Emozioni provate da tutti, come la commozione che prende allo stomaco nel
vedere un’altra persona che piange, assumono tutta un’altra luce. “Vedo un
bambino piangere ed è come se piangessi anch’io” osserva Rizzolati. C’è però
un dato sperimentale curioso e da approfondire, secondo lui: “Mentre siamo
profondamente simpatetici verso le emozioni negative, come il dolore, il
disgusto, l’imbarazzo, sembra che lo siamo assai meno per la gioia degli
altri”. Siamo insomma più vicini a qualcuno che soffre che a chi gioisce.
Sul perché siamo fatti proprio così si potrebbe elucubrare a lungo.
Neuroni specchio difettosi, secondo alcuni studiosi, potrebbero essere
all’origine dell’autismo. Un esperimento recente di ricercatori
all’Università della California a Los Angeles ha mostrato che nei bambini
autistici, al contrario che in quelli normali, l’immagine di facce tristi,
sorridenti o impaurite non scatena l’accensione dei neuroni specchio. Gli
autistici sembrerebbero incapaci di leggere la mente degli altri non potendo
replicarne i gesti e le emozioni. “Si capirebbe allora anche perché il mondo
fa loro una paura estrema: tutto diventa imprevedibile” dice Rizzolati.
I Neuroni specchio potrebbero avere il ruolo nel linguaggio,
nell’imitazione, nell’apprendimento dei bambini e in moltissimi altri campi
dell’esperienza umana, come diversi studi stanno cominciando a mostrare. Più
di tutto, però, cambia il modo in cui ci fanno guardare a noi stessi e agli
altri. “ La neurologia, a questo punto, ci dice che non siamo egoisti
perfetti, come un liberalismo male interpretato pretenderebbe, ma siamo per
definizione altruisti, immediatamente accomunati agli altri nelle azioni e
nelle emozioni” afferma Rizzolati. L’inganno, le bugie, l’errore vengono
dopo. In origine, conclude Sinigaglia, “ non è neppure possibile concepire
un io senza un noi”.
Chiara Palmerini -Panorama del 2/3/2006
Bambini e violenza: la violenza sugli animali anestetizza la naturale
empatia dei bambini.
Nasce a Modena il gruppo di studio sulle
tradizioni violente.
Recentemente lo psicologo americano Frank
Ascione, professore di psicologia dell'Universita' dello Utah e Camilla
Pagani, psicologa del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, hanno
compiuto una ricerca sul comportamento violento dei bambini nei confronti
degli animali: una volta su cinque la ragione che spinge a compiere atti di
violenza nei confronti di animali e' il semplice divertimento, e i bambini e
gli adolescenti crudeli verso gli animali hanno una maggiore probabilita' di
manifestare in eta' adulta comportamenti violenti e antisociali
generalizzati e ripetuti.
Altri studi scientifici effettuati a livello internazionale negli anni
passati da noti psicologi, mostrano come la moralita' si sviluppi tramite un
apprendimento sociale che varia a seconda del contesto in cui si vive:
criteri morali assorbiti nell'infanzia e durante l'adolescenza dal contesto
familiare e sociale, verranno poi mantenuti in eta' adulta, anche in
situazioni diverse.
Prendendo spunto da queste ricerche nasce in Italia il Gruppo di Studio
sulle Tradizioni Violente, composto e supportato da associazioni che operano
in vari settori per la tutela dei bambini e, piu' in generale, a favore
delle vittime di violenza. Si tratta di educatori, pedagogisti, psicologi,
avvocati e ricercatori che lavorano anche a programmi terapeutici.
"In Italia si convive con molteplici tradizioni in cui gli animali vengono
maltrattati dall'uomo a scopo ludico. Alcuni esempi sono le feste di paese e
religiose, i palii, i circhi, la caccia e la pesca sportiva" dichiara
Francesca Sorcinelli, coordinatrice del gruppo di studio. "Tutte queste
attivita' che dovrebbero divertire adulti e bambini provocano sofferenza
psicologica e fisica evidente agli animali, e persino la morte, e rischiano
di danneggiare la naturale empatia del bambino impedendogli di riconoscere i
segnali di sofferenza e di dolore di altri esseri viventi". Eppure, i primi
anni di vita, in particolare dai sei ai tredici anni, hanno un'importanza
straordinaria: in quel periodo si forma la concezione morale degli individui
e perciò della società.
Il Gruppo di Studio sulle Tradizioni Violente nasce con lo scopo di
proteggere bambini e adolescenti da quelle tradizioni che nascondono, dietro
a un velo di apparente normalita', dei modelli che, se acquisiti, rischiano
di indurre espressioni di violenza nel bambino e di deviare la sua moralita'
in fase di formazione. "Il ruolo dei genitori e delle istituzioni e'
fondamentale" conclude la portavoce del Gruppo di Studio "ed e' per questo
che invitiamo tutti gli specialisti del settore a prendere visione della
documentazione da noi raccolta e collaborare con noi in programmi mirati".
Gruppo di Studio sulle Tradizioni Violente 3385221494
www.tradizioniviolente.org
La paura vien guardando
Che sia sperimentato o solo osservato, un evento
negativo può suscitare gli stessi processi cerebrali
L’uomo apprende la paura in base agli stessi processi neuronali sia in
seguito all’esperienza personale di un evento negativo, sia che ne sia stato
solamente testimone. È quanto risulta dalla prima ricerca che abbia mai
preso in esame le basi cerebrali della paura acquisita indirettamente,
osservando gli altri.
Condotto da psicologi della New York University, lo studio – pubblicato
sull’ultimo numero della rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience
(SCAN) – ha rivelato che l’amigdala, notoriamente coinvolta
nell’acquisizione e nell’espressione della paura derivante da esperienze
personali, reagisce nella stessa misura anche quando venga sollecitata alla
paura indirettamente.
Nello studio, i soggetti assistevano a un breve video in cui un’altra
persona partecipava a un esperimento di condizionamento alla paura, nel
quale essa reagiva in maniera stressata quando riceveva una debole scossa
elettrica accoppiata alla comparsa di un quadrato colorato. Successivamente
ai soggetti che partecipavano allo studio veniva detto che avrebbero preso
parte a un esperimento simile a quello appena osservato. Per quanto ai
soggetti, a differenza di quanto avveniva nel video, non venisse in realtà
somministrata alcuna scossa, essi mostravano una significativa risposta di
stress all’apparire del quadrato colorato associato nel video allo shock
elettrico. Non solo: le rilevazioni fatte con tecniche di brain imaging
hanno anche rivelato che il livello di attivazione dell’amigdala era
equivalente sia nel caso della paura acquisita per esperienza sia in quello
di acquisizione indiretta.
“Ogni giorno siamo esposti a immagini vivide di persone in situazioni
emozionalmente forti, sia nelle interazioni sociali, sia attraverso i
media”, ha osservato Elizabeth Phelps, che ha diretto la ricerca. “La
conoscenza dello stato emozionale di qualcuno può evocare una risposta
empatica. Tuttavia, come rivela la nostra ricerca, quando le emozioni altrui
sono accompagnate da vivide espressioni e percepite come potenzialmente
rilevanti per il nostro futuro benessere, possiamo mettere in campo
ulteriori meccanismi di apprendimento.
(Articolo on line del 16 marzo 2007 su Le Scienze -->)
UN CONTRIBUTO PER ESSERE GENITORI EMOTIVAMENTE
INTELLIGENTI
”Sono profondamente convinta che tutti i Bambini
siano SEMI DI LUCE che cercano amore … Ai Genitori spetta la grande
responsabilità di “nutrirli” e di creare le condizioni perché la LUCE che è
in ciascuno di essi possa germogliare e fiorire.
Quando viene al mondo un bambino nascono con lui, naturalmente, un papà e
una mamma : è un dato di fatto che nessuno può cancellare, neppure coloro
che di tale realtà non si assumono alcuna responsabilità e fuggono.
Ma il bambino non ancora nato chiede altre due figure accanto a sé per
crescere ed esprimere tutte le sue potenzialità e risorse e realizzare la
ragione della sua nascita: due Educatori (e-ducare dal latino e-ducere =
portare alla luce, far venire fuori ciò che è già all’interno: le
potenzialità, le risorse, appunto).
Se è vero che papà e mamma si nasce quando nasce il proprio bambino, è anche
vero che Educatori si diventa acquisendo conoscenze, competenze e strumenti
per
- Vivere con piena consapevolezza il momento dell’attesa.
- Controllare e gestire le proprie emozioni e i propri pensieri, evitando
inutili stress al bimbo/alla bimba non ancora nati e prevenire suoi futuri
disagi.
- Comunicare con il / la nascituro/a e imparare a conoscerlo/la prima della
nascita.
- Acquisire competenze per una gravidanza sana e serena e partorire in modo
dolce e attivo, con la presenza valida ed efficace del proprio partner,
quando ciò è possibile.
- Acquisire competenze nella comunicazione non verbale e principalmente
nella comunicazione corporea, attraverso la quale comunicano i bambini nei
primi anni di vita.”
Carmela Lo Presti
ESSERE, FARE, AVERE
”Molti credono che quando ‘avranno’ una cosa
(più tempo, denaro, amore, eccetera) potranno finalmente ‘fare’
qualcos’altro (scrivere un libro, dedicarsi a un hobby, andare in vacanza,
iniziare un rapporto, e così via). Ciò permetterà loro di ‘essere’ felici,
contenti, in pace, innamorati.
Ma nell’universo come è in realtà (e non come voi credete che sia), ‘avere’
non produce ‘essere’. È esattamente il contrario.
Prima devi essere felice (o saggio, compassionevole, innamorato, eccetera),
poi da quella modalità dell’essere inizi a fare delle cose, e presto scopri
che ciò che fai finisce per portarti le cose che hai sempre voluto avere.
Il modo per iniziare questo processo creativo (si tratta proprio di questo,
di una creazione) è quello di esaminare ciò che vuoi avere, chiedendoti come
saresti se avessi quelle cose. Quando l’hai capito, ti basta essere in quel
modo.
In questo modo userai il paradigma ‘Essere-Fare-Avere’ nel modo giusto,
lavorando con il potere creativo dell’universo, e non più contro di esso.
Ecco un modo breve di enunciare questo principio: nella vita, non devi fare
nulla. Si tratta soltanto di essere.
… La felicità è uno stato mentale. E come ogni stato mentale si produce in
forma fisica. Ecco una frase da attaccare con una calamita sul frigorifero:
ogni stato mentale si riproduce.
… l’universo non è altro che una grande fotocopiatrice, una macchina che
riproduce i tuoi pensieri in forma fisica….”
Neale Donald Walsch – CONVERSAZIONI CON DIO
Libro terzo – Sperling & Kupfer Editori
LE ETA' DELLA MENTE
Alle origini dell’individualità
“La mente del bambino, come sappiamo
osservandone il comportamento e come hanno dimostrato gli studi di
generazioni di psicologi, è fondamentalmente diversa da quella di un adulto:
un bambino piccolo pensa e si emoziona in modo differente rispetto a un
bambino più grandicello, un adolescente, un adulto. Queste differenze non
sono tanto di tipo quantitativo, non dipendono cioè dal fatto che la mente
di un bambino sia ancora <<in miniatura>>, quanto di tipo qualitativo: esse
non rispecchiano soltanto un diverso numero di esperienze e adattamenti ma
anche un diverso grado di maturazione dei sensi e delle capacità motorie e
cognitive… A partire dalla nascita, sensi, movimenti, pensiero, emozioni si
trasformano gradualmente, passando attraverso stadi diversi che, come
gradini di una scala, consentono di raggiungere capacità sempre più elevate…
Lo studio del comportamento di un feto, di un neonato, di un lattante o di
un bambino indica una forte sincronia tra sviluppo del cervello e sviluppo
della mente e sottolinea la presenza di un programma genetico, ma anche di
una estrema capacità del cervello di adattare e modificare le sue
caratteristiche strutturali e le sue funzioni alle necessità del momento. Le
nostre conoscenze sullo sviluppo della mente sono molto recenti e si basano
su un’alleanza tra psicologia dello sviluppo e neuroscienza, possibile
grazie a nuovi strumenti di studio della mente e del cervello: questi hanno
permesso di identificare con precisione le tappe della maturazione delle
diverse aree e strutture nervose e quindi di mettere in rapporto un
particolare aspetto del comportamento con una particolare struttura
cerebrale… Quando parliamo del cervello, il primo punto da considerare è
l’estrema individualità cerebrale e, di conseguenza, mentale: non esistono
due cervelli identici e, anche in caso di clonazione…, i cloni possiedono un
cervello non coincidente. (…)
Sintonizzarsi col mondo
Per poter applicarsi, concentrasi, interessarsi
agli altri e al mondo che lo circonda, un bambino deve godere di una
sufficiente tranquillità emotiva: se è stressato, preoccupato intimorito,
molto insicuro, impegnerà tutte le sue energie a difendersi, a cercare
protezione, a isolarsi da quelle situazioni che gli procurano ansia e lo
fanno soffrire. Un bambino con una scarsa autostima o notevoli problemi
familiari, maltrattato o non amato va quindi più facilmente incontro a
difficoltà di apprendimento, che possono ostacolare la sua crescita
intellettiva e la sua formazione culturale. E se alcuni riescono, nonostante
tutto, a crearsi spazi mentali di tranquillità in cui immergersi nei momenti
critici, altri invece non ci riescono per vari motivi; il primo di questi è
la mancanza di un buon attaccamento nei primi 3 anni di vita.
Nel corso dell’età evolutiva la mente non si sviluppa in un vuoto ma anche
grazie al clima affettivo che regna in famiglia e al rapporto che il bambino
instaura fin dall’inizio con le proprie figure di attaccamento, in
particolare i genitori. Un cattivo rapporto con queste figure di riferimento
può ostacolare la naturale curiosità, creare un clima di sospetto e di paura
e portare a un ripiegamento difensivo su se stessi. Crescere in un clima
sereno, disporre di una <<base sicura>> cui fare riferimento e da cui trarre
fiducia è fondamentale nell’infanzia. (…) per sopravvivere un neonato … ha
bisogno che qualcuno si occupi di lui, non soltanto per alimentarlo e
coprirlo, ma anche per trasmettergli con la presenza e le interazioni,
sicurezza e ottimismo. (…) Egli trae dunque la propria sicurezza non
soltanto da quelle competenze che la maturazione fa emergere e che gli
consentono di controllare sempre meglio la realtà, ma anche dal modo in cui
gli altri gli rispondono e interagiscono: dal fatto che lo rassicurino, che
capiscano le sue esigenze, che lo incoraggino, che gli trasmettano gioia e
ottimismo, che gli mostrino in quanti modi si può entrare in relazione con
le persone e suscitare il loro interesse.”
Alberto Oliviero, Anna Oliviero Ferraris – LE ETA’ DELLA MENTE – RIZZOLI
Intervista a Daniel Goleman
tratta da Hamlet rivista dell'AIDP
(Associazione Italiana Direttori del Personale) Conoscere se stessi è una
capacità fondamentale anche per la gestione dello stress e delle reazioni
emotive...
L'autoconsapevolezza è la base per l'autocontrollo, il dominio di sé. Chi ha
una scarsa consapevolezza di sé tende a dimenticare le proprie debolezze e
allo stesso tempo non avrà la fiducia in se stesso che deriva dalla
sicurezza sui propri punti di forza. Controllare le reazioni emotive e
gestire le pressioni porta a non assumere atteggiamenti instabili e a non
avere eccessi di collera con gli altri. Controllare le proprie reazioni
emotive significa sia essere capace di pensare chiaramente in condizioni di
stress e prendere quindi buone decisioni, sia non "contaminare" le acque
delle relazioni interpersonali con atteggiamenti aggressivi o scostanti.
Anche la salute fisica è correlata alle reazioni emotive: molti problemi
clinici sono legati a un mancato controllo dello stress. Fra le competenze
emotive quelle più importanti sono: l'integrità, che trasmette alle persone
la sensazione che si possono fidare; la spinta al miglioramento, che porta i
collaboratori a prendere l'iniziativa e non diventare semplici esecutori;
l'empatia o la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli
interessi degli altri. Quest'ultima è la competenza base per una ulteriore
abilità, quella di persuadere e influenzare gli altri. Il leader, infatti,
svolge il suo lavoro attraverso e grazie al lavoro di altre persone e quindi
deve essere capace di trarre ispirazione da loro e muoverle all'azione.
Empatia significa interesse attivo per le preoccupazioni degli altri,
percezione delle esigenze di sviluppo delle capacità e risalto delle
potenzialità e delle abilità, capacità di sfruttare la diversità come
risorsa. L'abilità di collaborare si basa sull'empatia, sulla capacità di
interpretare e saper leggere le correnti emotive e i rapporti di potere in
un gruppo.
Riassumendo, l'abilità principale del leader è "non essere analfabeta delle
emozioni", in altri termini, non essere ignaro di un intero regno della
realtà essenziale per avere successo nella vita nel suo complesso, non solo
lavorativa.
Nella sua esperienza, i leader sono consapevoli del prezzo da pagare per il
potere e il successo (l'isolamento, il sacrificio della vita privata...)?
Senza dubbio tutti quelli elencati sono prezzi da pagare o aspetti da
mettere in conto in una carriera lavorativa. Ce n'è un altro, una
conseguenza dell'isolamento. Mi riferisco al pericolo di essere isolati dal
flusso di informazioni cruciali che impediscono al leader di prendere
decisioni corrette e valide per mancanza di dati sufficienti.
L'autoconsapevolezza è importante e determinante anche per questo problema.
Il leader potrà infatti rendersi conto se la sua vita è sbilanciata, se sta
soffrendo anche dal punto di vista fisico o se la sua vita privata è
inesistente ed è stata troppo sacrificata per il lavoro solo se saprà
guardarsi dentro e se conoscerà le sue possibilità e i suoi limiti.
Qual è il miglior training manageriale per lo sviluppo di un leader?
Il modello adottato nel passato non è più sufficiente per il futuro. In
particolare ci si focalizza troppo su skill analitiche o tecniche, sulle
competenze cognitive che sono sempre necessarie ma non più sufficienti per
uno stile di leadership efficace. Una buona leadership deve includere le
competenze emotive. Nei programmi di training del passato, per esempio per
l'Mba, non si consideravano questi aspetti soft. Questa è una grave carenza
che non si può più ammettere.
Quando le grosse aziende inseriranno nelle job description anche le
competenze emotive a fianco di quelle tecniche?
Molte aziende hanno cominciato da poco a fare questo anche se non lo
"pubblicizzano" né all'interno né all'esterno. Gli studi su cui ho basato il
mio ultimo libro sono frutto di esperimenti avviati in alcune aziende. Anzi
sono state proprio queste a spingere uno studio approfondito sul tema perché
tutte interessate a conoscere quali possono essere gli ingredienti per
aumentare la performance in ogni tipo di lavoro e in particolare
nell'esercizio della leadership. L'identificazione di queste competenze non
è solo un interesse delle aziende ma anche delle società di head hunting,
che hanno iniziato a selezionare manager di alto livello anche verificando
la presenza di competenze emotive. Le competenze tecniche e il quoziente di
intelligenza sono considerate sempre più la soglia minima per svolgere un
lavoro. La sfida è trovare persone con una intelligenza emotiva sufficiente
per essere dei leader distintivi, anche perché è stato statisticamente
provato che vi sono ricadute positive anche a livello di fatturato e
obiettivi economici. Nel mio libro cito l'esempio della Pepsi Cola, uno
studio svolto a livello mondiale e che ha coinvolto anche l'Italia. Gli alti
dirigenti che sono risultati forti in almeno sei competenze emotive hanno
superato gli obiettivi assegnati del 15-20%. Le competenze che più spesso
hanno portato al successo sono state: l'iniziativa, intesa come spinta a
realizzare i propri obiettivi e adattabilità; l'influenza, intesa come
capacità di leadership e consapevolezza politica delle dinamiche di gruppo;
e l'empatia, intesa come fiducia in se stessi e capacità di valorizzare gli
altri. I dirigenti che non sono risultati possedere queste competenze hanno
dato prestazioni inferiori in misura quasi pari al 20 per cento.
Si possono misurare le competenze emotive di un leader?
Sicuramente. Il sistema di valutazione detto "360 degree feedback" è senza
dubbio il più valido per misurare le competenze emotive. Si tratta
innanzitutto di un sistema che ha come obiettivo non il controllo, ma lo
sviluppo delle persone, il miglioramento della performance e della
partecipazione agli obiettivi aziendali. Secondo questo sistema, la
valutazione delle persone sulle 24 competenze emotive descritte nel libro
viene effettuata non solo dal capo, ma anche dai colleghi e dai
collaboratori, i clienti interni di ciascuno di noi. Si possono così
inquadrare i punti di forza e di debolezza, averne consapevolezza e
utilizzarli come leva per migliorare. Un aspetto importante è che le
competenze emotive si possono apprendere e migliorare in ogni momento della
vita lavorativa. Il primo passo, e il più importante, è in ogni caso
l'autodiagnosi, e il multisource assessment, la valutazione a 360° da più
punti di vista, è lo strumento migliore per acquisire una consapevolezza
emotiva, riconoscere cioè le proprie emozioni e i loro effetti nel rapporto
con gli altri. Attraverso una accurata autovalutazione dei limiti e dei
punti di forza emersi si potrà acquisire una maggiore fiducia in se stessi
(sicurezza del proprio valore e delle proprie capacità) e ottenere
performance sempre migliori.
Ricevuto da team@6seconds.org
http://italia.6seconds.org/modules.php?name=News&file=article&sid=10
Evolvi il tuo cervello
di a cura di hcibooks
Versione Integrale dell'intervista a Joe
Dispenza
apparsa su scienza e conoscenza n 21
C'è un cambiamento di paradigma in corso nella
scienza. Nel vecchio paradigma la coscienza - ciò che siamo - viene
considerata un prodotto del cervello. Nel nuovo la coscienza è il terreno
dell'essere e il cervello un suo "prodotto", una sua manifestazione. E'
importante partire da questa soglia. Dispenza infatti ci guida
nell'esplorazione di come il cervello impara, su come elabora le
informazioni e in che modo può diventare "dipendente" di confortevoli
modelli abituali se non sufficientemente stimolato. Ogni volta che un
pensiero o un emozione ci attraversano, il cervello invia segnali chimici
nel corpo [vedi a pag 13 del n°21 le ultime scoperte sulla paura e
l'esperienza del mi piace-non mi piace] che riproducono quel sentire, spesso
seguito da una reazione. Attraverso prolungate ripetizioni, pensieri e
sentimenti autolimitanti possono diventare abituali producendo assetti
mentali fissi, anche quando non più necessari.
Che cos'è che ti ha ispirato e motivato a scrivere questo libro?
Ciò che mi ha ispirato ad indagare il potere che il cervello possiede di
alterare la nostra vita è stata un'esperienza che ho vissuto vent'anni fa.
Come ho spiegato nel libro, quando un'ampia porzione della mia spina dorsale
venne schiacciata in un incidente ciclistico, quattro chirurgi dissero che
l'unico modo per evitare la paralisi era un'operazione chirurgica che mi
avrebbe lasciato con un'invalidità permanente, e forse anche con una vita
intera di dolore fisico. Fui costretto a prendere la decisione più ardua
della mia vita, ma rifiutai l'operazione e mi rivolsi invece
all'intelligenza innata che dà costantemente la vita a ciascuno di noi.
Dieci settimane più tardi, senza aver subito alcuna operazione, ero di nuovo
al lavoro, completamente guarito e senza dolori. Nel libro indico molti
fattori che hanno contribuito alla mia guarigione. In seguito a
quell'esperienza, mi ripromisi di dedicare più tempo della mia vita allo
studio dei fenomeni del dominio della mente sulla materia e della guarigione
spontanea, intesa come il modo in cui il corpo si autoripara o si libera
della malattia senza ricorrere ad interventi medici tradizionali come
operazioni chirurgiche o farmaci. Così trascorsi molti anni a studiare il
potenziale umano, ossia la capacità di trascendere le nostre limitazioni
personali o di essere loro superiori, e l'interconnessione di cervello,
mente, corpo, e coscienza. Soltanto fino ad alcune decine di anni fa, la
scienza ci aveva portato a credere che fossimo predestinati dalla genetica
ed ostacolati dal condizionamento, e che bisognasse rassegnarsi alla
proverbiale idea che fosse impossibile abbandonare le vecchie abitudini per
impararne di nuove. Tuttavia, quello che ho scoperto studiando il cervello
ed i suoi effetti sul comportamento negli ultimi vent'anni mi ha reso
enormemente fiducioso nei confronti degli esseri umani e della nostra
capacità di cambiare. Avevamo solo bisogno di sapere come fare per cambiare,
ed oggi la neuroscienza spiega in modo fondato come si verifichi il dominio
della mente sulla materia, e questo concetto non è più una speranza
illusoria. La scienza del cambiamento della mente adesso è disponibile, e ho
scritto Evolvi il tuo cervello per contribuire a rendere questa scienza
accessibile a chiunque.
Evolvi il tuo cervello è un libro di auto-aiuto? In che cosa differisce
dagli altri libri sulle potenzialità umane?
Aiutarci a comprendere ed accettare che possiamo davvero modificare il
nostro cervello e cambiare la nostra vita è un obbiettivo centrale in questo
libro. Il mio approccio consiste nell'unificare le più utili tra le nuove
scoperte delle neuroscienze, neurofisiologia, biologia, e genetica,
accrescendo la conoscenza del lettore in maniera sistematica, facilmente
comprensibile, e, si spera, avvincente. Tuttavia, come il libro spiega
chiaramente, la conoscenza dev'essere esperimentata prima di poter diventare
saggezza. Evolvi il tuo cervello è concepito in modo da servire come
strumento pratico per guidarci mentre facciamo esperienza dei processi che
possiamo utilizzare per cambiare la nostra mente ed evolvere il nostro
cervello. A differenza dei manuali di self-help o dei libri sul potenziale
umano che si concentrano sulla mente, sulle emozioni o sul corpo, dedicando
poca attenzione al cervello, questo libro abbraccia la struttura e la
funzione di questo coronamento della nostra evoluzione.
Tutto quello che facciamo accade per mezzo del cervello ? il modo in cui
pensiamo, agiamo, sentiamo, le nostre relazioni, le nostre percezioni del
mondo che ci circonda, ? perché il nostro "sé", come essere senziente è
immerso ed esiste realmente nella rete elettrica del nostro tessuto
cellulare cerebrale. Quindi, poiché non possiamo sperare di evolvere il
nostro cervello senza cambiare la nostra mente e comprendere il ruolo delle
nostre sensazioni e sentimenti, nel libro esploro il modo in cui tutto ciò
interagisce con il corpo per creare la nostra vita.
Molti di noi hanno imparato a scuola che quando si diventa adulti, il
cervello diviene statico e rigido. Quanto è nelle nostre mani, nelle nostra
potenzialità per cambiare i circuiti cerebrali?
A chi andava a scuola 20 o 30 anni fa veniva insegnato che i circuiti del
cervello sono permanenti, ovvero che quando raggiungiamo l'età adulta
abbiamo un certo numero di cellule cerebrali organizzate in schemi o
circuiti neurali fissi, e man mano che invecchiamo li perdiamo. Pensavamo
che sotto molti punti di vista saremmo inevitabilmente diventati come i
nostri genitori, poiché potevamo usare soltanto alcuni schemi neurali
ereditati geneticamente da loro. I neuroscienziati adesso ci dicono che
questo è un errore. La grande notizia è che ciascuno di noi è un lavoro in
corso per tutta la vita. Ogni volta che abbiamo un pensiero, in diverse aree
del nostro cervello il flusso di corrente elettrica aumenta di intensità e
rilascia una fiumana di sostanze neurochimiche, troppo numerose da elencare.
Grazie alla tecnologia della risonanza magnetica funzionale del cervello,
ora siamo in grado di vedere che ogni nostro pensiero ed esperienza induce
le nostre cellule cerebrali, o neuroni, a collegarsi e scollegarsi in schemi
e sequenze continuamente diversi. Di fatto, possediamo una facoltà naturale
chiamata neuroplasticità, che significa che se impariamo nuove conoscenze e
facciamo nuove esperienze, possiamo sviluppare nuove reti o circuiti di
neuroni, e letteralmente cambiare le nostre idee e la nostra mente.
Quindi, perché è poi così difficile cambiare?
Tanto nella mia pratica quanto nella mia vita personale, ho constatato che
cambiare non è facile. Quando una persona vuole dedicarsi ad uno scopo parte
con buone intenzioni e buone idee, ma molto spesso ritorna alle proprie
abitudini indesiderate. Il significato del concetto di cambiamento è che
faremo qualcosa di diverso all'interno dello stesso ambiente; non
risponderemo all'ambiente con i nostri soliti pensieri e con le nostre
solite reazioni. Tuttavia, ciò è più facile a dirsi che a farsi. Molti di
noi hanno la tendenza a pensare gli stessi pensieri, ad avere le stesse
sensazioni e gli stessi sentimenti, ed a seguire la stessa routine. Il
problema è che questo ci porta ad usare sempre gli stessi schemi e le stesse
combinazioni di circuiti neurali, che tendono a collegarsi in modo
permanente. È così che creiamo abitudini di pensiero, di sensazione, e di
azione. Non fraintendetemi, un collegamento permanente non è una cosa
negativa: grazie ai collegamenti permanenti, quando impariamo una nuova
arte, come guidare l'automobile, quanto più la esercitiamo tanto più
colleghiamo permanentemente quello che impariamo nei circuiti del nostro
cervello, finché non diventiamo capaci di far funzionare un'automobile
automaticamente. Ma se vogliamo cambiare qualcosa nella nostra vita,
dobbiamo fare in modo che il cervello non si attivi più secondo le solite
vecchie sequenze e combinazioni. Dobbiamo creare un nuovo livello di mente
scollegando i vecchi circuiti neuronali e ricollegando le cellule nervose
secondo nuovi modelli. La buona notizia che apprendiamo dalle ultime
ricerche è che possiamo cambiare il cervello ed in tal modo cambiare noi
stessi, facendo soltanto alcuni semplici passi.
Evolvi il tuo cervello è nato per accompagnare gradualmente il lettore
attraverso la conoscenza ed i passi operativi necessari a cambiare qualunque
area della vita.
Qual è l'effetto dello stress sul corpo? In che modo tali passi possono
aiutare gli individui a superare lo stress?
In qualità di chiropratico, ho constatato personalmente gli effetti dello
stress sui miei pazienti. Non sono i brevi episodi di stress acuto ad
indebolire maggiormente il corpo bensì lo stress cronico, a lungo termine.
Per la maggior parte di noi è raro trovarsi di fronte alle minacce immediate
della sopravvivenza fisica che i nostri antenati dovevano fronteggiare,
quindi può darsi che non riusciamo a renderci conto dell'impatto che hanno
su di noi tutti gli anni trascorsi nella preoccupazione per la sicurezza del
lavoro, i debiti, o all'idea che i nostri figli possano provare delle
droghe, e via dicendo. Quando viviamo cronicamente in una modalità di stress
elevato, o stiamo costantemente all'erta verso eventuali problemi che prima
o poi potrebbero avere un effetto su di noi, continuiamo a mantenere attiva
la risposta di emergenza allo stress del corpo. E perché questo è un
problema così grave? Le sostanze chimiche, che ci attraversano senza tregua
quando siamo sottoposti a stress a lungo termine, sono i colpevoli che
iniziano ad alterare il nostro stato interno innescando il deterioramento
cellulare. Inoltre, quando siamo sempre all'erta o in modalità di emergenza,
il corpo non ha il tempo né le risorse necessarie a ripararsi e rigenerarsi.
Il corpo può persino diventar dipendente dalla condizione chimica
dell'essere sotto stress; ma come dimostreremo, la capacità di superare lo
stress ha sede esattamente tra le nostre orecchie. La maggior parte dello
stress finisce per diventare stress emozionale/psicologico, e questo
significa che è l'autosuggestione del nostro stesso modo di pensare che
influenza il corpo così intensamente. In altre parole, i nostri pensieri da
soli sono sufficienti ad attivare la risposta di stress, ed essi possono
avere gli stessi effetti misurabili di qualsiasi altro agente di stress
presente come minaccia nel nostro ambiente. Nel libro affronto i passi per
imparare a vincere i pensieri che innescano le risposte di stress.
Tale evoluzione del cervello può aiutare le persone a superare le proprie
dipendenze emozionali?
Oltre a trattare le infermità fisiche, il metodo illustrato intende anche
affrontare il disturbo costituito dalla dipendenza emozionale, che
accompagna sempre i livelli elevati di stress nella nostra vita. Tutti
abbiamo fatto esperienza della dipendenza emozionale a un certo punto della
nostra vita. Tra i suoi sintomi si annoverano letargia, mancanza di capacità
di concentrazione, un tremendo desiderio di routine nella nostra vita
quotidiana, l'incapacità di completare cicli di azione, mancanza di
esperienze e risposte emozionali nuove, e la sensazione costante che ogni
giorno sia uguale ai successivi. Quella che una volta non era che teoria
scientifica adesso ci offre delle applicazioni pratiche per guarire le
ferite emozionali che ci siamo inflitti da soli. I metodi che suggerisco non
sono una terapia miracolistica di self-help, basata sul desiderio
utopistico: rassicuratevi, questo libro è fondato sulla scienza
d'avanguardia. Come si può por termine a questo ciclo di negatività? La
risposta, naturalmente, è dentro di voi; e in questo caso, dentro una parte
molto specifica di voi stessi. Se comprenderete i diversi temi che
esploreremo in questo libro e sarete disposti ad applicare alcuni principi
specifici, potrete raggiungere da soli la guarigione emozionale alterando il
reticolo neuronale del vostro cervello.
Puoi spiegare la connessione mente/corpo? Qual è la relazione esistente
tra i pensieri ed il corpo fisico?
C'è un campo emergente della scienza chiamato psiconeuroimmunologia che sta
dimostrando la connessione tra la mente ed il corpo, aiutandoci a
comprendere il legame tra il modo in cui pensiamo ed il modo in cui
sentiamo. Adesso sappiamo che ogni nostro pensiero produce una reazione
biochimica nel cervello. Il cervello quindi rilascia segnali chimici che
vengono trasmessi al corpo, dove agiscono come messaggeri del pensiero. In
questo modo, i pensieri che producono queste sostanze chimiche nel cervello
permetto al nostro corpo di sentire esattamente nello stesso modo in cui
stavamo pensando. Essenzialmente, quando abbiamo dei pensieri felici,
ispiratori, o positivi, il nostro cervello produce delle sostanze chimiche
che ci fanno sentire gioiosi, ispirati, o elevati. Ad esempio, quando
desideriamo impazientemente di fare un'esperienza piacevole, il cervello
produce immediatamente un neurotrasmettitore chiamato dopamina che attiva il
cervello stesso e il corpo nell'anticipazione di quell'esperienza, e noi ci
sentiamo eccitati. Se abbiamo pensieri di odio, rabbia, o insicurezza, il
cervello produce sostanze chimiche a cui il corpo risponde in maniera
corrispondente, e così ci sentiamo pieni di odio, irati, o indegni. Un'altra
sostanza chimica prodotta dal nostro cervello, chiamata ACTH, segnala al
corpo che per le ghiandole surrenali è il momento di produrre le secrezioni
chimiche che ci fanno sentire minacciati o aggressivi. Quando il corpo
risponde ad un pensiero suscitando una sensazione, il cervello, che tiene
costantemente sotto monitoraggio continuo la condizione del corpo, constata
che il corpo si sente in un certo modo. In risposta a quella sensazione
corporea, il cervello genera pensieri che producono i corrispondenti
messaggeri chimici, e di conseguenza iniziamo a pensare come sentiamo. Il
pensiero crea sensazione, e a sua volta la sensazione produce pensiero, in
un continuo feedback biologico. Alla fine questo ciclo crea un particolare
stato del corpo, o uno stato d'essere, che determina la natura generale del
nostro sentire e del nostro comportamento. Ad esempio, se qualcuno vive
molto tempo della propria vita in un ciclo ripetitivo di pensieri e
sensazioni collegate all'indegnità, nel momento in cui pensa di non essere
abbastanza bravo o intelligente o altro, il suo cervello rilascia sostanze
chimiche che producono una sensazione fisica di indegnità, e il modo in cui
questa persona si sente adesso corrisponde al modo in cui stava pensando. Il
suo cervello ne prende atto, e lei inizia ad avere pensieri di insicurezza
che corrispondono al modo in cui si stava sentendo. Adesso il suo corpo la
sta spingendo a pensare. Se i suoi pensieri e le sue sensazioni continuano,
anno dopo anno, a generare il medesimo feedback cervello-corpo, questa
persona vivrà in uno stato d'essere definito "indegnità". Questi segnali
chimici ripetuti inducono le cellule del corpo a funzionare in modi non
desiderabili, rendendoci malati. Così si inizia a capire come la mente possa
fisicamente modificare il corpo. Nel libro porto l'esempio di un uomo che ho
chiamato Tom, il quale aveva sviluppato un disturbo digestivo dopo l'altro.
Alla fine questo lo condusse ad esaminare la propria vita, e così si rese
conto che aveva continuato a reprimere le sensazioni di rabbia e
disperazione che gli derivavano da un lavoro che lo rendeva infelice; la sua
mente era presa in un feedback di pensieri e sensazioni corrispondenti ad
atteggiamenti tossici che il suo corpo non poteva semplicemente "digerire".
Tom viveva continuamente in uno stato d'essere che ruotava intorno al
vittimismo. La sua guarigione ebbe finalmente inizio quando prestò
attenzione ai pensieri abituali rendendosi conto che i suoi atteggiamenti
inconsci erano il fondamento della persona che era divenuto. Esistono molte
prove scientifiche che indicano l'effetto diretto che la mente ha sul corpo
sia nel senso buono che in quello cattivo. La ricerca dimostra che ci
ammaliamo attraverso la pura e semplice anticipazione di un evento futuro o
il ricordo di un'esperienza passata; in entrambi i casi, sono i nostri
pensieri che creano potenti sostanze chimiche stressanti che vanno ad
alterare la maggior parte dei sistemi corporei. Quindi quello a cui pensiamo
e l'intensità di questi pensieri influenza direttamente la nostra salute, le
scelte che facciamo, e la qualità della nostra vita.
Che cos'è, dunque, la mente, e in quale relazione si trova con il
cervello?
Adesso che siamo in possesso della tecnologia per osservare un cervello
vivo, sappiamo dalle scansioni funzionali del cervello che la mente è il
cervello in azione. Questa è la definizione più recente di mente, secondo le
neuroscienze. Quando un cervello è vivo ed attivo, può elaborare il
pensiero, imparare nuove informazioni, inventare nuove idee, padroneggiare
abilità, rievocare ricordi, esprimere sentimenti, raffinare movimenti, e
garantire il funzionamento regolare del corpo. Il cervello animato può anche
rendere possibile il comportamento ed il sogno, percepire la realtà e, più
importante di tutto, abbracciare la vita. Perché la mente possa esistere, il
cervello dev'essere vivo. Il cervello pertanto non è la mente, ma l'apparato
fisico attraverso cui la mente viene prodotta. Il cervello rende possibile
la mente. Possiamo pensare al cervello come ad un complicato sistema di
elaborazione dati che in caso di bisogno ci mette in grado di raccogliere,
elaborare, immagazzinare, rievocare, e comunicare informazioni nel giro di
pochi secondi, come anche di prevedere, ipotizzare, rispondere, esprimere un
comportamento, pianificare, e ragionare. Il cervello è anche il centro di
controllo attraverso cui la mente coordina tutte le funzioni metaboliche
necessarie alla vita ed alla sopravvivenza. E così quando il vostro computer
biologico è "acceso" o vivo, e funziona elaborando informazioni, esso
produce la mente. Il cervello possiede tre strutture anatomiche individuali
mediante cui produce i diversi aspetti della mente. Siamo anche dotati di
una mente conscia ed una mente inconscia, entrambe derivanti da un cervello
che coordina gli impulsi del pensiero attraverso le sue varie regioni e
strutture. Di conseguenza, poiché possiamo facilmente far sì che il cervello
operi in modi diversi, esistono diversi stati mentali.
Che cos'è la neuroplasticità?
La neuroplasticità è la nostra capacità naturale di modificare il modo in
cui i neuroni cerebrali sono collegati ed organizzati in circuiti, che noi
definiamo connessioni sinaptiche del cervello. Ogni volta che impariamo
qualcosa di nuovo o facciamo una nuova esperienza, il cervello crea nuove
connessioni sinaptiche per formare nuovi schemi o reti neurali; e questo
avviene a qualsiasi età. Quando utilizziamo nuovi circuiti in nuovi modi,
modifichiamo la rete neurale del cervello perché si attivi secondo nuove
sequenze. Da un livello neurologico, quindi, noi veniamo cambiati un istante
dopo l'altro dai pensieri che abbiamo, dalle informazioni che apprendiamo,
dagli eventi che sperimentiamo, dalle reazioni che abbiamo, dalle sensazioni
e sentimenti che creiamo, dai ricordi che elaboriamo, e persino dai sogni
che abbracciamo. Tutte queste cose alterano il modo in cui il cervello
opera, producendo nuovi stati mentali che vengono registrati nel nostro
cervello. La neuroplasticità è una caratteristica genetica innata ed
universale degli esseri umani. Essa ci concede il privilegio di imparare
dalle esperienze fatte nel nostro ambiente, così da poter cambiare le azioni
e modificare il nostro comportamento, i processi di pensiero, e la nostra
personalità per produrre esiti più desiderabili. Il semplice apprendimento
di informazioni intellettuali non è sufficiente; dobbiamo applicare ciò che
impariamo per creare un'esperienza diversa. Se non potessimo cambiare le
connessioni sinaptiche del nostro cervello, non potremmo cambiare in
risposta alle nostre esperienze. Senza la capacità di cambiare non potremmo
evolvere, e non saremmo altro che l'effetto delle nostre predisposizioni
genetiche. In quale misura il nostro cervello sia neuroplastico dipende
dalla capacità di cambiare la percezione del mondo che ci circonda per
cambiare la nostra mente, per cambiare noi stessi, il nostro sé.
Che cosa vuol dire provare e riprovare mentalmente, e come possiamo servirci
di tale ripetizione mentale per cambiare? Provare e riprovare mentalmente
come fa un attore ci permette di cambiare il nostro cervello, creando un
nuovo livello mentale, senza far nulla di fisico che non sia pensare. La
ripetizione mentale implica il vedere e sperimentare mentalmente il nostro
"sé" mentre dimostra o pratica un'arte, un'abitudine o uno stato d'essere a
nostra scelta, e possiamo servircene per impiegare le facoltà avanzate del
nostro lobo frontale al fine di compiere cambiamenti significativi nella
nostra vita. Diversi studi hanno dimostrato che il cervello non conosce la
differenza tra ciò che pensa internamente e ciò che sperimenta nell'ambiente
esterno. Nel corso di un esperimento, a due gruppi di persone che non erano
capaci di suonare il pianoforte venne richiesto di imparare degli esercizi
di piano per una sola mano e di eseguirli per due ore al giorno per cinque
giorni, con un'importante differenza: un gruppo eseguiva gli esercizi,
mentre l'altro ripeteva mentalmente gli stessi esercizi senza usare le dita.
Alla fine dei cinque giorni, dalle scansioni cerebrali risultò che entrambi
i gruppi avevano sviluppato la stessa quantità di circuiti cerebrali nuovi.
Com'è possibile una cosa del genere? Noi sappiamo che quando pensiamo gli
stessi pensieri o compiamo le stesse azioni più e più volte, stimoliamo
ripetutamente specifiche reti di neuroni in particolari aree del nostro
cervello. Come risultato, realizziamo connessioni più forti e ricche tra
questi gruppi di cellule nervose. Questo concetto nella neuroscienza è
chiamato apprendimento di Hebbian. L'idea è semplice: le cellule nervose che
si accendono insieme, si conettono tra loro. Secondo le scansioni funzionali
del cervello di questo particolare esperimento, i soggetti che provavano e
riprovavano mentalmente erano così focalizzati interiormente che il loro
cervello non distingueva la differenza tra il mondo interno e quello
esterno. Così essi attivavano il cervello proprio come se stessero
effettivamente suonando il piano; in pratica, i loro circuiti cerebrali si
rafforzavano e si sviluppavano nella stessa area del cervello del gruppo che
si esercitava fisicamente.
Affermi anche che il pensiero non è sufficiente a cambiare la nostra
mente, e che il cambiamento è un processo di pensiero, azione, ed essere.
Puoi spiegare come funziona?
Il cambiamento che vogliamo compiere deve andare al di là del pensiero e
addirittura del fare; dobbiamo arrivare fino al livello ultimo, quello
dell'essere. Se voglio veramente essere un pianista, inizierò con
l'acquisire conoscenza, che implica il pensiero. Allora potrò iniziare ad
acquisire esperienza attraverso la ripetizione mentale, che implica di nuovo
il pensiero. Ma è anche necessario coinvolgere il corpo nell'atto di fare,
ovvero dimostrare fisicamente quello che si è imparato, suonando il piano.
Ma anche questo non ci porta lontano. Immaginate una pianista che dà il suo
meglio nelle sessioni di pratica, ma si trova in difficoltà nei concerti.
Oppure, facendo un esempio più vicino a noi, immaginate una persona che sia
un modello di giudizio mentre torna a casa dal lavoro, ma perde la pazienza
e degenera in un broncio di impazienza non appena il coniuge compare sulla
porta. Se voglio raggiungere lo stato in cui sono un pianista, la mia
comprensione evoluta e la mia arte devono diventare così integrate in una
rete neurale permanente e così mappate nel mio cervello che non mi servirà
neanche più pensare consciamente a suonare, poiché sarà la mia mente
subconscia a gestire quell'abilità. Adesso che sono un pianista, ogni mio
pensiero che riguardi il suonare, o desiderio di esprimere i miei sentimenti
mediante la musica, attiverà automaticamente il mio corpo perché esegua il
compito di suonare il piano. In Evolvi il tuo cervello parlo diffusamente di
come noi utilizziamo diversi tipi di memoria, attivando diverse parti del
cervello, per trasformare i pensieri consci in pensieri subconsci.
Apprendiamo anche che per padroneggiare qualsiasi arte è necessario
possedere una gran quantità di conoscenza su un determinato soggetto,
ricevendo istruzioni al riguardo da chi è competente in merito, e facendo
una gran quantità di esperienze che ci procurino un riscontro. Tutti noi
passiamo dal pensare al fare e all'essere ogni volta che apprendiamo un'arte
talmente bene da poterla eseguire con estrema naturalezza. Guidare è un
grande esempio. La bellezza di questo processo è che possiamo servircene per
raggiungere qualsiasi stato d'essere a nostro piacimento, dal dimostrarsi
più pazienti con i nostri bambini, all'essere ricchi, o felici.
Che cos'è l'evoluzione e come possiamo evolvere il nostro cervello?
Noi evolviamo come specie e come individui. Di fatto, la nostra
evoluzione personale fa progredire anche la specie umana. La maggior parte
di noi ha imparato a scuola che l'evoluzione è il processo lento, lineare
per mezzo del quale le specie sopravvivono ai cambiamenti del loro ambiente
attraverso l'adattamento nel corso delle generazioni, sviluppando
un'anatomia ed una fisiologia specializzate che le aiutano a perpetuarsi. Il
cervello umano è evoluto in maniera lineare fino a 250.000 anni fa, quando
(per ragioni che rimangono misteriose) un improvviso periodo di crescita
esplosiva ci fornì di una neocorteccia molto più ampia e densa di quella di
qualsiasi altra specie. Questo cosiddetto nuovo cervello è la sede della
nostra consapevolezza conscia; esso ospita la nostra capacità di apprendere
e di ragionare, ed il nostro libero arbitrio di creare. In termini semplici,
la nostra neocorteccia, e particolarmente il lobo frontale, ci forniscono la
possibilità di trascendere il processo di evoluzione graduale per passare ad
un'evoluzione rapida, non lineare. Grazie alla possibilità di imparare dalla
conoscenza, dalle nostre esperienze, e soprattutto dai nostri errori, e
disponendo di diverse forme specializzate di memoria attraverso cui possiamo
ricordare ciò che impariamo, possiamo immediatamente modificare i nostri
pensieri ed il nostro comportamento. A differenza di altre specie, quindi,
noi creiamo una gamma completamente nuova di esperienze in un'unica vita, e
possiamo poi trasmettere quanto abbiamo appreso alla nostra discendenza ed
agli altri membri della nostra specie. In termini di cervello, evoluzione
significa apprendere, creare nuove connessioni sinaptiche, mantenerle, ed
applicare quanto abbiamo appreso per poter fare una nuova esperienza, che
viene poi codificata nel cervello. Quanto viene presentato da Evolvi il tuo
cervello è un processo che può indurre il cervello a compiere un salto
quantico, superando certi circuiti neurali che ci sono stati trasmessi
genericamente, e codificando nuove esperienze ed informazioni. Quando
evolviamo al di là degli stati di sopravvivenza primitivi codificati nei
circuiti permanenti del nostro cervello, accendiamo nuovi pensieri (che
producono nuove sostanze chimiche), cambiamo le nostre idee (il che altera i
messaggi chimici diretti al nostro corpo) e modifichiamo il nostro
comportamento (creando un'esperienza del tutto nuova, e facendo così
intervenire nuove sostanze chimiche che influiscono sulle nostre cellule),
siamo sul cammino dell'evoluzione. Tutti abbiamo determinate abitudini e
tendenze, sia ereditate geneticamente che ricevute attraverso il
condizionamento dell'ambiente che ci circonda. L'evoluzione personale ci
richiede di troncare l'abitudine di essere noi stessi e di diventare più
grandi del nostro ambiente. Noi evadiamo dalla nostra routine e dalle
reazioni e comportamenti emozionali abituali apprendendo nuove conoscenze e
facendo nuove esperienze. Nei primi stadi dell'apprendimento, ci
confrontiamo con la novità. In seguito vi sono dei periodi in cui rivediamo
ed interiorizziamo i nuovi stimoli, mentre iniziamo a renderli familiari o
noti. Entro il termine di ogni processo di apprendimento, qualunque
comportamento o compito appreso può diventare routine, o addirittura
automatico. La nostra capacità di processare ciò che è sconosciuto
trasformandolo in conosciuto, ciò che non è familiare in familiare, ciò che
è nuovo in routine, è la strada per la nostra evoluzione personale.
I programmi o le scuole di saggezza sono necessari per evolvere il nostro
cervello?
In Evolvi il tuo cervello, delineo un semplice processo di acquisizione
della conoscenza: ottenere delle istruzioni, applicare ciò che abbiamo
appreso, e ricevere un riscontro; è in questo modo che evolviamo il nostro
cervello. Passiamo dal pensare al fare e all'essere. Questo processo
sequenziale ci consente di cambiare. Se vogliamo evolvere nel modo più
efficace io raccomando, e ne ho constatato l'importanza nella mia esperienza
personale, di trovare delle istruzioni che provengano da chi è diventato
maestro di ciò che vogliamo imparare. Esistono molti eccellenti individui,
programmi, ed istituzioni, alcuni dei quali sono menzionati in questo libro,
che possono aiutarci ad acquisire nuove informazioni, applicare quello che
abbiamo appreso, fare nuove esperienze, ed iniziare a modificare il nostro
comportamento. Ogni persona deve decidere per conto proprio se per lei sia
più adatto incominciare con piccoli cambiamenti, o facendo salti
giganteschi. Nel libro dico diverse volte che la mia istruzione personale ha
incluso 17 anni come studente della Scuola di Illuminazione di Ramtha nel
Nordovest del Pacifico, e che ho insegnato in quella scuola per sette anni
circa. Chi ha interessi per la crescita spirituale o personale che vanno al
di là delle convenzioni potrà consultare i programmi di addestramento, i
libri, e l'altro materiale illustrativo sulla RSE; nella mia bibliografia ho
incluso le informazioni riguardanti i contatti.
Joe Dispenza© 2007 per gentile concessione
hcibooks è la casa editrice che ha pubblicato il libro in lingua originale -
kimw@hcibooks.com
Chi è Joe Dispenza, D.C
Ha studiato biochimica alla Rutgers University del New Brunswick, N.J. Ha
ricevuto il dottorato con magna lode in chiropratica alla Life University di
Atlanta, Georgia,. Di seguito ha continuato attraverso master successivi la
sua formazione in neurologia, neurofisiologia e il funzionamento del
cervello.
E' uno tra I 14 scienziati, ricercatori e insegnanti che ha preso parte al
multipremiato film "What the Bleep Do We Know!?"TM. Dr. Joe è stato uno
studente della RSE (Ramtha's School of Enlightenment) una scuola
contemporanea di antica saggezza situata negli USA, dove ha imparato a
creare la sua giornata è ha personalmente sperimentato come il cervello, la
coscienza e l'intenzione lavorino insieme per creare la realtà nelle sue
innumerevoli forme sia che si tratti di un giorno, un evento, un oggetto, o
un futuro.
La sua nuova serie di DVD, Your Immortal Brain, guarda ai vari modi con cui
è possibile usare il cervello umano ai fini di creare la realtà grazie alla
padronanza dei pensieri.
Su http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo.php?id=12787
Intelligenza sociale
Consapevolezza sociale
La consapevolezza sociale si riferisce a
un’ampia gamma di sensazioni: percezione istantanea dello stato d’animo di
un’altra persona, comprensione dei suoi sentimenti e pensieri, capacità di
“afferrare” situazioni sociali complesse. Essa comprende:
• Empatia primaria: sentire con gli altri; percepire segnali emotivi non
verbali.
• Sintonia: ascoltare con piena ricettività; essere sulla stessa lunghezza
d’onda di un’altra persona.
• Attenzione empatica: capire i pensieri, i sentimenti e le intenzioni di
un’altra persona.
• Cognizione sociale: sapere come funziona il mondo sociale.
Abilità sociale
La semplice percezione degli stati d’animo
altrui, o la conoscenza di ciò che gli altri pensano o intendono fare, non
garantisce di per sé interazioni proficue. L’abilità sociale nasce dalla
consapevolezza sociale per consentire interazioni efficaci e prive di
ostacoli. La gamma delle abilità sociali comprende:
• Sincronia: interagire omogeneamente a livello non verbale.
• Presentazione di sé: presentarsi in maniera efficace.
• Influenza: plasmare l’esito delle interazioni sociali.
• Sollecitudine: interessarsi ai bisogni degli altri e agire di conseguenza.
INTELLIGENZA EMOTIVA
INTELLIGENZA SOCIALE
Consapevolezza di sé
Gestione di sé
Consapevolezza sociale
Empatia primaria
Attenzione empatica
Ascolto
Cognizione sociale
Abilità sociale o gestione della relazione
Sincronia
Modo di presentarsi
Influenza
Sollecitudine
Alcuni psicologi obietteranno che le capacità
che definiscono l’intelligenza sociale da me proposte aggiungono alle
definizioni tradizionali di “intelligenza” attitudini che appartengono ai
campi non cognitivi. Ma è proprio questa la mia tesi: quando si tratta di
intelligenza nella vita sociale, il cervello stesso mescola le capacità. Le
doti non cognitive come l’empatia primaria, la sincronia e la sollecitudine
sono aspetti fortemente adattativi del repertorio sociale umano per la
sopravvivenza. Sono queste capacità che ci permettono di seguire
l’insegnamento di Thorndike di “agire con saggezza” nei nostri rapporti…”
Daniel Goleman – INTELLIGENZA SOCIALE
Stiamogli vicino quando esprime le sue emozioni
"' 'Qualsiasi tentativo di distrarre un bambino
dal piangere sarà vissuto da lui come una forma di abbandono emotivo’,
avverte ancora J. Bowlby (psicanalista inglese – n.r.). ‘I bambini hanno
bisogno di avere intorno persone che siano capaci di ascoltare e partecipare
alle loro espressioni di rabbia, dolore, paura’.
Se i nostri piccoli possono esprimere i loro sentimenti fin dal primo
momento in cui aprono gli occhi al mondo, senza paura di essere distratti,
calmati o, peggio ancora, ignorati, si sentiranno amati senza condizioni,
accettati e capiti fino in fondo.
‘’Più tardi, quando saranno adolescenti, riusciranno a parlare con i loro
genitori dei loro problemi, non avranno vergogna di esprimere le loro
emozioni, piangendo, se lo ritengono necessario, e sapranno che possono
contare sui loro genitori per essere ascoltati’ spiega la psicologa
svizzero-americana Aletta J. Solter, autrice del libro Tears and Tantrums
(Lacrime e capricci), che aggiunge: ‘Nella mia esperienza di terapeuta, ho
trovato un dato interessante: i bambini che manifestano un eccessivo
attaccamento e piagnucolano continuamente, smettono di comportarsi in questo
modo quando i genitori sono in grado di creare un clima di sicurezza emotiva
in cui il pianto dei piccoli viene accettato’.
E i primissimi mesi di vita sono fondamentali per stabilire questo tipo di
rapporto.”
Nessia Laniado – COME RENDERE FELICE UN BAMBINO NEL PRIMO ANNO DI VITA
Sviluppare
nel bambino autonomia e capacità di giudizio
Offriamogli un ambiente che possa esplorare …
A questo scopo creiamo in casa un ambiente a misura di bambino, privo
di pericoli, in modo che i divieti siano rarissimi. Se imprigioniamo il
piccolo in continue proibizioni, rischiamo di indurre una sensazione di
impotenza. Allo stesso modo, se lo si subissa di avvertimenti o lo si
rimprovera continuamente per i suoi disastri, farà molta più fatica a
sviluppare un sentimento di indipendenza e di sicurezza in se stesso…
Insegniamogli a superare le difficoltà anziché evitarle … Piuttosto che segnalare i pericoli e sommergerlo di raccomandazioni,
cerchiamo di dare i consigli necessari perché possa affrontare le sfide
che incontra ogni giorno…
Lasciamo che faccia degli errori … Stiamo loro vicini, indirizzandoli con le nostre domande, facciamo il
tifo, ma lasciamo che trovino da soli la soluzione… Ogni volta che
sentiamo l’impulso a intervenire dobbiamo sforzarci di porci la domanda:
“Il bambino è in pericolo?” *Se la risposta è sì, fermiamolo senza indugi: le spiegazioni arriveranno
dopo. *Se invece non è così. È bene aspettare che chieda aiuto lui stesso.
Qualora succede il disastro, non umiliamolo, investiamo invece del tempo
per fargli capire perché le cose sono andate storte e trovare insieme una
soluzione.
Incoraggiamolo a prendere decisioni autonome “Sempre meno si trasmette al bambino il concetto che qualsiasi cosa faccia
è il risultato di una sua scelta. Abituarlo a scegliere consapevolmente è
la premessa indispensabile per farlo diventare un adulto responsabile”,
osserva lo psicologo Giovanni Marcazzan…
Creiamo le occasioni per farlo sentire ‘competente’ … gli studi scientifici, avvalorati dalle esperienze di innumerevoli
genitori in tutto il mondo, hanno dimostrato che è più educativo
sperimentare il successo che il fallimento *I bambini hanno bisogno di sentirsi competenti, cioè di riuscire bene in
quello che fanno… … il senso di sconfitta genera scoramento e questo porta alla rinuncia o
all’inazione. La sensazione di riuscire, invece, aumenta la stima di sé, rinfocola
l’entusiasmo, inietta la speranza di ulteriori conquiste…
Affidiamogli una responsabilità … Ma attenzione: poniamoci obiettivi realistici, senza aspettarci che si
comporti come un adulto, e non proponiamogli compiti generici o troppo
complessi e vasti per essere compresi e svolti correttamente…
Spieghiamogli i motivi dei suoi successi … L’essenza dell’ottimismo non risiede nel raccontarsi storie positive o
nell’immaginarsi scene di trionfo, ma essere consapevoli dei motivi del
proprio successo come pure dei propri insuccessi. Questa è una
consapevolezza che si sviluppa fin dall’infanzia e che ci accompagna tutta
la vita…
Discutiamo con lui le ragioni degli insuccessi … Fa parte del rispetto che dobbiamo ai nostri bambini evitare di lodarli
sempre e comunque, anche quando è evidente che i loro sforzi non sono
riusciti…
|
Le osservazioni negative |
Le osservazioni
positive |
|
Generiche |
Specifiche |
|
Sei cattivo! |
Oggi
stai esagerando con tua sorella, le hai
tirato i capelli e strappato il disegno. |
|
Sei proprio
come me. Con il pallone sei una schiappa. |
Ora sai che la prossima volta non devi guardare l’avversario, ma
il pallone. |
|
Non giochi mai con gli altri bambini. Sei timido. |
Hai bisogno di tempo per conoscere le persone e fare amicizia. |
|
Permanenti |
Modificabili |
|
Ti
ho detto di mettere a posto i vestiti, perché non fai mai quello
che ti chiedo? |
Ti
ho detto di mettere a posto i vestiti. Quando
lo fai? |
|
La
baby-sitter mi ha detto che hai pianto tutto il tempo. Sei sempre
così sensibile. |
La
baby-sitter mi ha detto che oggi hai pianto molto. Raccontami… |
|
Ne
combini sempre una! Sei veramente una peste! C’è qualcosa che non
funziona. |
Quando
devi fare una cosa pensaci prima e cerca di prevedere quello che
può capitare. |
|
Totalizzanti |
Relative ad un comportamento |
|
Voi due fratelli siete solo dei grandi egoisti! |
Dovete imparare a mettere in comune alcuni
giochi |
|
Un
altro brutto voto! Devo dire che non
sei proprio una cima! |
Un
altro brutto voto? Devi metterti a
studiare di più. Vediamo dove hai bisogno di
aiuto. |
|
La
tua camera è un vero porcile! Sei proprio disordinato!
Un giorno o l’altro butto via tutto. |
La
tua camera sembra un porcile. Oggi pomeriggio, prima di vedere la
TV, la metti a posto. Se vuoi ti spiego
come fare. |
Riduzione da: Nessia Laniado, BAMBINI SICURI IN UN MONDO
INSICURO, edizioni red, cap. I nuovi valori
SUI FIGLI E GENITORI… SPUNTI DI RIFLESSIONE
I figli
"E una donna che stringeva un bambino al seno
disse: "Parlaci dei Figli."
Ed egli rispose:
"I figli sono le risposte che la vita dona ad ognuno di noi.Sono loro
l’essenza del vostro sorriso.
Sono sangue e carne della vostra carne ma non il vostro sangue e la vostra
carne.
Loro sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.
Attraverso di voi giungono, ma non da voi.
E benché vivano con voi, non vi appartengono.
Affidategli tutto il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime.
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure
in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi.
La vita è una strada che sempre procede in avanti e mai si ferma sul
passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono stati scoccati in
avanti.
È l’Arciere che guarda il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tende
con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere,
Poiché come ama egli il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco."
Kahlil Gibran, poeta(Il Profeta
“Negli ordini dell’amore fra genitori e figli
rientra in primo luogo il fatto che i genitori diano e i figli prendano. Non
si tratta di un dare e di un ricevere generici. I genitori, dando la vita ai
figli, non danno qualcosa che appartiene a loro. Danno ciò che sono essi
stessi e a cui non possono aggiungere o togliere nulla né possono trattenere
alcunché. Con la vita, danno ai loro figli se stessi così come sono, senza
aggiunte e senza riduzioni. Allo stesso modo i figli, nel ricevere la vita
dai genitori, possono prendere i genitori solamente così come essi sono,
senza aggiungervi né togliervi nulla, né rifiutarne una parte”
Bert Hellinger(citato in: Gabriele Ulsamer, Bertold Ulsamer – Genitori e
figli, le regole del gioco secondo la teoria delle costellazioni familiari )
“Sta ai singoli esseri umani, siano essi genitori che figli, vedere
opportunità in quello che hanno, danno e ricevono. Sta ai singoli esseri
umani, siano essi genitori, che figli, cogliere appieno quella specifica
opportunità e trasformarla in ricchezza da spendere nella propria via”
Carmela Lo Presti
“Finché i tuoi figli sono piccoli, dai loro
radici.Quando sono grandi, dai loro ali”
Proverbio indiano
"Avevo una colomba e la dolce colomba morì. E io
ho pensato che sia morta di dolore. Oh, che cosa ha potuto farla soffrire?
Le sue zampe erano legate, Con un filo di seta tessuto dalle mie stesse
mani.”
J. Keats, (Avevo una colomba - 1818)
Dov’è andato il bambino che siamo stati?
“Mi sono resa conto solo da poco che certe situazioni nella mia vita di
adulta mi facevano stare così male e mi gettavano nel panico perché mi
facevano rivivere delle situazioni infantili dimenticate. E, riflettendoci,
mi sono resa conto che in certe situazioni non ero io che entravo in gioco,
ma la bambina spaventata dentro di me che cadeva nel panico. Perdevo il
controllo della situazione perché entravano in gioco tante altre cose della
mia storia. Ero io ma contemporaneamente non ero più io. Era come se sul
palcoscenico della mia vita in quel momento fossero entrate anche altre
persone che non c’entravano con quella scena. Erano, sì tutti personaggi
della stessa commedia ma che recitavano in un’altra scena, precedente.
Adesso mi succede ancora che questi personaggi tornino prepotentemente sulla
scena, ma riesco a riconoscerli e a dar loro un peso diverso. Riesco a
tenerli un po’ più sullo sfondo del palcoscenico, per evitare che le ombre
del passato rovinino il mio presente e il mio futuro”
Una mamma in cammino (in Alba Marcoli – Il
bambino perduto e ritrovato)
Consapevolezza delle emozioni e dipendenza da
internet
CyberPsychology & Behavior ha presentato uno
studio dal titolo (tradotto) "Alexitimia e la sua relazione con le
esperienze dissociative e la dipendenza da Internet in un campione non
clinico"
L’alexitimia è la difficoltà a comprendere, a differenziare e comunicare gli
stati emozionali. Non è considerata una condizione clinica, ma un tratto
della personalità, condiviso da circa il 7% della popolazione, con una
leggera prevalenza di soggetti maschili. Il termine è relativamente recente,
essendo stato coniato da Peter Sifneos nel 1973. Questi soggetti di solito
hanno una vita fantasiosa carente, poca intuizione e una scarsa capacità
introspettiva. Una delle caratteristiche predominanti a livello relazionale
è un’altrettanto scarsa capacità di rapportarsi emotivamente con il prossimo
in quanto incapaci di vedere in sé e negli altri le sfumature emozionali al
di là di quelle grossolane quali "benessere" o "malessere".
Come spesso succede nel campo della psicologia e della psichiatria, le
interpretazioni sulle cause della alexitimia si dividono in chi ritiene che
i fattori genetici e neurochimici siano predominanti e in chi invece ritiene
che le cause siano da trovarsi nei fattori psicologici (ad esempio,
esperienze emotive troppo intense che hanno portato a difendersi da queste,
oppure una mancanza di riconoscimento delle emozioni del figlio/a da parte
dei genitori).
Un’altra caratteristica degli alexitimici è l’attenuata capacità di
controllo degli impulsi, tanto che alcuni scaricano la tensione degli stati
interiori sgradevoli con atti compulsivi quali l’abuso di cibo o di sostanze
oppure tramite comportamenti sessuali distorti.
Gli autori dello studio, Domenico De Berardis, Alessandro D’Albenzio,
Francesco Gambi, Gianna Sepede, Alessandro Valchera, Chiara M. Conti, Mario
Fulcheri, Marilde Cavuto, Carla Ortolani, Rosa Maria Salerno, Nicola Serroni
e Filippo Maria Ferro, hanno lavorato su un campione di 312 studenti,
identificando i fattori associati con i rischi di sviluppare la dipendenza
da Internet. E’ stato rilevato che gli alexitimici avevano più esperienze
dissociative, una minore autostima, più disturbi di tipo
ossessivo-compulsivo e un maggiore potenziale di sviluppare la dipendenza da
Internet. In particolare, lo studio ha rilevato che la difficoltà
nell’identificare le emozioni è associata in modo significativo con un
rischio più elevato di sviluppare la dipendenza da Internet.
Questo studio ci mostra l’associazione tra un mondo emotivamente impoverito
e la dipendenza da Internet. Anche se non era oggetto dello studio, ritengo
che la dipendenza si potrebbe manifestare anche tramite altri media quali la
televisione o i vari gadget presenti nella nostra vita. Dipendenza da
tecnologie ed impoverimento emotivo sono a mio parere codipendenti. Se è
vero che l’alexitimia promuove la dipendenza, l’uso eccessivo di tecnologie
a sua volta porta ad una vita emotiva "di seconda mano" e una disconnessione
dal luogo in cui si attivano,si riconoscono e maturano le emozioni, ovvero
il corpo e le relazioni vive.
L’incapacità nell’identificare le emozioni significa maggiore rischio di
dipendenza. Questo mi porta ad osservare che la mancanza di consapevolezza
delle nostre emozioni (e della vita interiore in generale) ci porta ad agire
meccanicamente ed a diventare servomeccanismi della tecnologia.
Se non comprendiamo ciò che proviamo, se non ci ascoltiamo, di conseguenza
non ci conosceremo e la nostra vita dipenderà dagli stimoli esterni da cui
ci faremo catturare ripetutamente. Quindi la nostra identità dipenderà dagli
input esterni poiché non ne avremo altra a parte quella con cui ci
specchiamo nella Rete.
La consapevolezza delle nostre emozioni è un processo tanto del corpo quanto
della mente, mentre l’uso di Internet ci limita ad una sfera mentale che ci
allontana dal rapporto con il corpo, rendendo ancora più distante la presa
di coscienza delle emozioni.
La poca vita introspettiva dell’alexitimico è una condizione che viene
provocata oramai in tutti coloro che vivono in un flusso ininterrotto di
informazioni, portando l’attenzione solamente su input che provengono
dall’esterno. La vita interiore e le capacità introspettive si impoveriscono
sempre più e spostare l’attenzione dall’esterno all’interno è sempre più
difficile. E’ necessario uno sforzo cosciente per il "ricordo di sé", per
usare un termine caro a Gurdjieff.
La consapevolezza delle emozioni inoltre previene le esperienze dissociative
tipiche degli alexitimici perchè ci tiene con i piedi per terra e ci
"ancora" al corpo. Da sempre, la "tecnologia" migliore per l’espansione
della consapevolezza delle emozioni e non solo, è la meditazione, dove il
flusso delle informazioni viene solamente testimoniato, reso consapevole e
non agito. E non cliccato.
Ivo Quartiroli
Ho pubblicato questo articolo originalmente sul blog di Enzo Di Frenna.
http://www.indranet.org
http://www.indranet.org/awareness-of-feelings-and-internet-addiction
ricevuto da FeedBlitz [feedblitz@mail.feedblitz.com] per conto di: Innernet
[redazione@innernet.it]
Contagiatemi di felicità
Dallo studio Framingham, uno dei caposaldi della
moderna epidemiologia, abbiamo imparato quasi tutto quello che oggi sappiamo
sulla relazione tra stili di vita e malattie cardiovascolari. Ora dobbiamo
agli abitanti di questa famosa cittadina statunitense anche il segreto della
felicità: circondarsi di persone felici.
Oggi è uscito, sul British Medical Journal, uno studio longitudinale su
quasi 5.000 soggetti seguiti per oltre 20 anni in modo indiretto (ovvero
attraverso le loro cartelle cliniche che contengono anche una valutazione
psicologica periodica con scale per la depressione). Obiettivo: scoprire se
la felicità può diffondersi da persona a persona e, soprattutto, come si
formano i cluster di persone felici. Una sintesi dello studio la trovate su
questo stesso sito.
Gli studi sulla felicità, dicono gli autori, si sono finora concentrati
sugli aspetti socioeconomici e genetici, ma non sugli aspetti relazionali.
Inoltre diverse ricerche hanno dimostrato che le emozioni sono contagiose,
ma nessuno si è chiesto se esiste un “network della felicità”, ovvero se
questa emozione (e il suo inverso, ovvero l’infelicità) si può trasmettere
anche in modo indiretto (per esempio se la mia felicità può contagiare
l’amico di un mio amico).
Le conclusioni sono curiose e, soprattutto, importanti anche dal punto di
vista sociale, perché affermano che la felicità è un’emozione che si
distribuisce secondo la logica del network, e che si presenta in cluster di
individui legati tra loro fino a tre gradi di separazione. Se guardate
l’immagine che ho caricato dal BMJ, l’idea risulterà più chiara. Il grafico
in alto rappresenta la situazione del gruppo esaminato nel 1996 e quello in
basso l’evoluzione nel 2000. Ogni nodo rappresenta un individuo (tondo per
le donne, quadrato per gli uomini). Le linee tra i nodi indicano la
relazione (nere per i familiari, rosse per amici e partner). Il colore del
nodo indica il grado di felicità (blu i più tristi, verde tendente al giallo
i più felici).
Quindi un determinante chiave della nostra felicità è la felicità di chi ci
sta vicino. Gli stati emotivi si trasferirebbero da un individuo all’altro
attraverso la mimica, specie quella facciale. In gioco ci sono i soliti
neuroni specchio, non a caso coinvolti nelle percezioni delle emozioni degli
altri veicolate attraverso il movimento .
Quel che colpisce, del modello messo a punto sugli abitanti di Framingham, è
che in base a un algoritmo e conoscendo il mondo relazionale di un individuo
è possibile predire chi sarà felice negli anni a venire e chi no.
Inoltre le persone felici tendono a essere naturalmente il centro del loro
cluster relazionale, e questo, dicono gli autori, confermerebbe il ruolo
dell’evoluzione in tutta la faccenda (dato che siamo animali sociali,
mettiamo al centro della nostra rete chi ci può apportare benessere).
Inquietante, invece, il fatto che la felicità non è solo funzione
dell’esperienza individuale o delle nostre scelte, ma è una proprietà del
gruppo. Se a questo fatto sommiamo i risultati di tutti gli studi sui
determinanti genetici del benessere psicologico, non ci rimane molto nelle
mani…
Poiché la felicità è un elemento che influenza in modo sostanziale lo stato
di salute (anche secondo l’OMS), il British Medical Journal si chiede se non
debba essere un dovere sociale quello di favorire questo contagio (che
farebbe risparmiare un sacco di soldi ai sistemi sanitari nazionali ) .
A mio avviso, il punto critico dell’analisi è proprio la definizione di
felicità: se fosse così semplice da misurare (ovvero solo come assenza di
depressione o comunque di umore sottotono), sarebbe falice farci tutti
felici (magari con un pillolone!). Inoltre la significatività statistica del
risultato è un tantino bassa (vedi più sotto gli intervalli di confidenza).
Rimane il fatto che, qualsiasi cosa abbiano valutato, chi ci sta intorno
influenza la nostra vita,: un amico che abita a 1,5 Km da noi ed è felice
aumenta la nostra probabilità di felicità del 25 per cento (con un
intervallo di confidenza al 95% un tantino elevato, da 1 a 57 per cento). I
partner felici la incrementano dell’8 per cento (ma con un IC 95 da 0,2 a 16
per cento), i nostri allegrissimi vicini di casa del 34 per cento (IC 95 tra
7 e 70 per cento!). Vabbé, accontentiamoci, anche perché un dato
scientificamente sicuro c’è: i nostri colleghi non ci infleunzano per
niente, anche se passiamo otto ore al giorno con loro. Magia del posto di
lavoro, che funziona da schermo antifelicità meglio dello scudo spaziale.
http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/felicita
La felicità corre sull'onda
Secondo una ricerca, lo stato emotivo di una
persona può dipendere dalle esperienze
emotive di altre persone che neppure si conoscono
La "felicità" è un fatto collettivo, ed è in grado di diffondersi come
un'onda nella propria rete sociale, molto di più della tristezza: è questo
il risultato di uno studio condotto da ricercatori della
Harvard Medical School e dell'Università della California a San Diego, che
lo illustrano in un articolo pubblicato sul "British Medical Journal".
"Abbiamo scoperto che il vostro stato emotivo può dipendere dalle esperienze
emotive di persone che neppure conoscete, che sono a due o tre gradi di
separazione da voi", osserva Nicholas Christakis, che con James Fowler ha
diretto lo studio.
Per oltre due anni, Christakis e Fowler hanno analizzato i dati del
Framingham Heart Study (uno studio sui problemi cardiovascolari ancora in
corso iniziato nel lontano 1948) per ricostruire il contesto sociale in cui
sono immerse le persone e analizzare i rapporti fra rete sociale e salute.
Nel loro esame dei dati hanno però trovato una incredibile quantità di
informazioni: per 4739 persone vi erano documentazioni di nascita,
matrimoni, divorzi, morte, risalenti fino al 1971, oltre che informazioni su
amici,colleghi di lavoro, vicini, alcuni dei quali casualmente anch'essi
partecipanti allo studio. In questo modo sono riusciti ad analizzare
l'impatto di 50.000 eventi sul gruppo, e osservare come si propagavano le
ondate di felicità e tristezza.
Sfruttando il fatto che i partecipanti allo studio avevano periodicamente
compilato il Center for Epidemiological Studies Depression Index, un test
relativo allo stato psicologico dei soggetti, i ricercatori hanno scoperto -
per fare un esempio - che quando un soggetto diventa felice, un amico che
viva entro un miglio di distanza ha un aumento del 25 per cento della
probabilità di diventare felice anche lui. La cosa più sorprendente è però
che questo contagio si ripercuote al di là delle relazioni dirette.
Nell'esempio precedente, anche un amico di quell'amico vede aumentare del 10
per cento le proprie probabilità di felicità, e al terzo grado di
separazione c'è ancora un incremento di probabilità del 5,6 per cento.
"Abbiamo scoperto che mentre tutte le persone sono al massimo a circa sei
gradi di separazione, la nostra capacità di influenzarle sembra ristretta a
soli tre gradi", dice Christakis. "Rispecchia la differenza fra la struttura
e la funzione della rete sociale."
Questi effetti sono peraltro limitati nel tempo e nello spazio: quanto più
un amico è vicino, tanto più forte è il contagio emotivo, che peraltro si
indebolisce col tempo, con una vita massima di un anno.
La tristezza, invece, sembra diffondersi in maniera molto meno efficace. (gg)
FONTE : http://lescienze.espresso.repubblica.it/
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